Laplace è l’Intelligenza Artificiale!

Sembra che il principale utilizzo dell’Intelligenza Artificiale (IA) nel mondo degli affari sia come tecnologia predittiva. Una tale assunzione, però, poggia su una visione del mondo “laplaciana”, smentita dalla realtà e dalle conoscenze scientifiche.

Laplace credeva fermamente nel determinismo causale: “Possiamo considerare lo stato attuale dell’universo come l’effetto del suo passato e la causa del suo futuro. Un intelletto che ad un determinato istante dovesse conoscere tutte le forze che mettono in moto la natura, e tutte le posizioni di tutti gli oggetti di cui la natura è composta, se questo intelletto fosse inoltre sufficientemente ampio da sottoporre questi dati ad analisi, esso racchiuderebbe in un’unica formula i movimenti dei corpi più grandi dell’universo e quelli degli atomi più piccoli; per un tale intelletto nulla sarebbe incerto ed il futuro proprio come il passato sarebbe evidente davanti ai suoi occhi” (dal suo Essai philosophique sur les probabilités).

Accogliendo questa visione del mondo, datata circa duecento anni fa e superata da altrettanti anni di evidenze scientifiche in quasi tutte le discipline della natura (per un approfondimento sul tema consiglio caldamente la lettura di questo brillante saggio del Prof. Giuseppe Longo) i sostenitori della tecnologia e gli esperti di strategia ne caldeggiano l’adozione per tutte le imprese. Fermo restando che, dal punto di vista strategico, l’adozione di qualsiasi tecnologia porta benefici in virtù del suo uso e non per le sue caratteristiche intrinseche (detto in altri termini la tecnologia NON è una strategia), parlarne in termini di usi ‘predittivi’ denuncia il “pregiudizio competitivo” di cui soffrono la maggior parte delle imprese, degli investitori e dei consulenti. Con tale pregiudizio intendo definire l’orientamento a cercare di fare sempre meglio quello che già fanno gli altri, innescando e accelerando la deriva strategica dell’impresa, invece che orientarsi ad una fase rigenerativa della stessa (orientata a creare un nuovo mondo).

Una evidente dimostrazione dell’esistenza e diffusione del pregiudizio competitivo è un recente articolo di Harvard Business Review. Gli autori  portano l’esempio dell’assistenza all’acquisto di Amazon. Il portale già oggi suggerisce, all’atto di un acquisto, altri oggetti che potrebbero essere di interesse del compratore. Si teorizza che con una maggiore raccolta dati (Laplace direbbe: conoscere… tutte le posizioni di tutti gli oggetti di cui la natura è composta) e più potenti tecnologie di IA (se questo intelletto fosse inoltre sufficientemente ampio da sottoporre questi dati ad analisi) Amazon potrebbe cambiare il suo modello di business da shopping-then-shipping (acquisto e poi spedizione) a shipping-then-shopping (spedisco e poi avviene l’acquisto). Cioè Amazon potrebbe spedire ai suoi clienti prodotti che sa, grazie a potenti strumenti IA, che hanno alta probabilità di acquisto permettendo così ai clienti di scegliere cosa acquistare e rimandare indietro ciò che non si desidera. Se l’IA dispiegata fosse sufficientemente potente i maggior ricavi dagli acquisti renderebbero economicamente conveniente l’infrastruttura necessaria per i resi che sarebbero minimi (per un tale intelletto nulla sarebbe incerto).

Al di là di considerazioni personali sul gradimento del bombardamento periodico di oggetti, tutto questo, come esplicitano gli autori, sarebbe finalizzato ad “anticipare” una tendenza, dunque la storia del mercato è scritta, anche se poi cadono in contraddizione quando parlano di “scommessa” da fare, dunque non sono sicuri che davvero accadrà così. Lo scopo dichiarato però è quello di realizzare il pregiudizio competitivo: consentire di acquistare da Amazon invece che dai concorrenti, acquisire un maggiore porzione del portafoglio dei clienti (higher share-of-wallet.), dunque realizzare una banale strategia di efficienza .

Quando Bezos partì 20 anni fa con la sua Amazon utilizzò una nuova tecnologia, all’epoca Internet, per proporre un nuovo paradigma di acquisto, quello online, non per rendere semplicemente  più efficiente gli acquisti. Infatti quasi tutti all’epoca gli diedero del folle, pochissimi compravano e all’inizio ebbe bisogno della fiducia degli investitori per sopravvivere. E’ stato poi facile e banale, per i sostenitori consapevoli o inconsci di Laplace, scambiare ex post ciò che voleva ed è riuscito a creare per una fortuita capacità di “anticipare” ciò che erroneamente si ritiene sarebbe in ogni caso accaduto.

Ben venga dunque l’IA e qualsiasi altra tecnologia, giudichiamone però gli effetti sul business a partire dalla strategia che si vorrà realizzare. Allora sì che saremo in grado di valutare e prevedere il futuro di quell’impresa.

Luciano Martinoli

LucianoMartinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.

Luciano Martinoli

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