Lavoro: la devastante crisi di Imprenditorialità

La recente, e da lungo annunciata, riduzione delle tasse in US è finalmente arrivata. Ma contrariamente a quanto si aspetta l’amministrazione Trump, con l’occhio sempre puntato alle classi lavoratrici che l’hanno votata, i benefici per questi ultimi potrebbero essere nulli. E non per fenomeni tecnico-fiscali ma per una causa più profonda: la “crisi di Imprenditorialità”. Un campanello d’allarme anche per il nostro paese.

Era l’estate del 2004, ricorda il New York Times, quando il Congresso approvò una legge per favorire il rimpatrio di miliardi di dollari, messi da parte all’estero dalle multinazionali, abbassando l’aliquota fiscale dal 35% al al 5,25%. Lo scopo era quello di consentire alle stesse multinazionali di mantenere le loro promesse se la legge fosse passata: incrementare di 500.000 unità i posti di lavoro, fare investimenti, aumentare le attività di R&D.

Cosa accadde realmente?

Economisti del MIT e di Harvard fecero degli studi un paio di anni dopo scoprendo che erano rientrati quasi $300 miliardi ma non si erano visti nè incrementi di investimenti, ne di R&D e nemmeno aumento dell’occupazione.

Una commissione del Senato riferì che le prime 15 corporation, in termini di importi, che rimpatriarono ridussero la loro forza lavoro in US di 20.931 unità mentre aumentarono l’acquisto di azioni proprie. Inoltre gli stipendi dei loro top manager aumentarono del 27% dal 2004 al 2005 e di un altro 30% l’anno dopo. La sola Pfizer ad esempio riportò indietro $35,5 miliardi, spese più di $20 miliardi di riacquisto azioni proprie dal 2005 al 2007, in questo stesso anno l’aggregato degli stipendi dei suoi primi cinque top manager era più altro di 13 milioni rispetto al 2004 e la forza lavoro in US si era ridotta di 12.000 unità.

Le nuove facilitazioni annunciate corrono il rischio di innescare un fenomeno analogo.

La domanda a questo punto è lecita: perchè tale comportamento da parte delle corporation?

Le spiegazioni che da l’articolo partono da lontano, certamente dalla scellerata scelta di aver considerato la remunerazione degli azionisti il fattore guida e prioritario e dell’azione della conduzione dell’azienda e, di conseguenza, del management.

La motivazione più profonda, vera causa di ciò che sta accadendo, a mio avviso però  è un’altra. L’Imprenditore (o lo spirito che anima lui e che potrebbe animare anche un manager: “l’Imprenditorialità”) è un soggetto ecologico. Egli guarda il mondo nel suo insieme e sa perfettamente che la prosperità della sua azienda dipende molto dal contesto. E’ per questo che si adopera per migliorarlo. I lavoratori, il mercato, l’insieme degli stakeholder interni ed esterni sono tutte parti integranti di questo sviluppo. In fin dei conti, se tale prospettiva viene accolta, è lo stesso investitore che si beneficia di questa differente politica di azione, come casi virtuosi dimostrano su larga scala anche in US. Insomma in questa ottica la remunerazione dell’azionista non è causa dell’azione di governo dell’impresa, ma effetto della prosperità dell’impresa stessa.

Se tale Imprenditorialità manca, e/o è ignota agli investitori che non sanno cercarla e richiederla a chi gestisce le loro aziende, il risultato è sotto gli occhi di tutti: enorme quantità di denaro utilizzate per risultati puntuali a breve termine (valore azione e dividendi) invece che per sviluppi complessivi a lungo (crescita globale dell’impresa e dell’ambiente di business e sociale in cui opera).

Da qui la rabbia delle classi lavoratrici (penalizzate da licenziamenti e cattivi salari e arrabbiate per questi furti legalizzati da parte di pochi), l’appoggio ai populismi, le divisioni tra classi sociali e tanto altro veniamo a conoscenza dalle notizie dei giornali e video su quanto sta accadendo oltre l’Atlantico.

Mutatis mutandis è quanto accade, in scala più piccola in Italia. Le tanto reclamate richieste di diminuzione fiscale per le aziende porteranno a più investimenti o semplicemente più dividendi? Gli incentivi fiscali che pure hanno sbloccato in parte gli investimenti, ad esempio quelli sulla Industry 4.0, porteranno ad una crescita organica delle imprese, con più posti di lavoro, o solo a far sopravvivere per un altro po’ aziende già decotte? E cosa dire delle IPO dove dei soldi raccolti non rimane nemmeno un euro nelle aziende quotate?

Sono domande che possono trovare risposta solo se si cambierà radicalmente prospettiva, dalla politica degli incentivi alle valutazioni aziendali, smettendo di pensare di adottare azioni magiche di “sistema” e proponendo un nuovo patto: la richiesta di progettualità esplicita e pubblica da parte delle aziende e capacità di valutarla da parte di chi la deve finanziare a qualsiasi titolo.

In assenza prepariamoci a vedere sprecati i nostri soldi e ad impoverirci sempre di più a beneficio di pochissimi, sempre meno numerosi.

Luciano Martinoli

LucianoMartinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.

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