Fair Play: Lo sport visto con gli occhi dei bambini

Ti sei mai chiesto come vivono lo sport i bambini? Il problema che siamo i primi ad essercene dimenticati.

Allora quale miglior allenamento mentale da mettere in pratica, osservandoli nel come si comportano, a come ci rivolgono le domande e con quanta semplicità risolvono i problemi.

In questo nuovo articolo tratto dal mio blog “C’è un messaggio per te” ti racconto due storie magiche:

– la prima parla di due piccoli tifosi che sventolano la bandiera di una squadra diversa da quella del cuore…ma cosa importa?

– la seconda si intitola Rebecca e la sua freccia

All’interno, troverai la strategia vincente dei bambini che, senza la pressione degli adulti, riescono a vincere… secondo la loro modalità.

“Lo sport è apparentemente semplice, persino semplicistico: due campi, una battaglia, un vincitore, un perdente, e il giorno dopo si ricomincia”.
Jean Dion giornalista

Lo Sport visto con gli occhi dei bambini

Ti racconto due magie che solo i bambini hanno il potere di fare accadere, per spiegarti che tra i vari allenamenti che ti invito a mettere in pratica se vuoi avere una mentalità vincente, è proprio quello di osservare il come vivono lo sport questi piccoli esserini.

Noi adulti abbiamo la grande presunzione di pensare di dover insegnarli com’è la vita. Non abbiamo ancora capito che i veri maestri sono loro. Se solo fossimo capaci di  soffermarci sui quei visi a forma di punto interrogativo quando ci chiedono il “perché” accadono determinate cose, ascoltando con quanta semplicità  spiazzano le nostre risposte piene di un finto sapere che in realtà abbiamo perso da tempo.

Quindi adesso ti offrirò l’opportunità di guardare lo sport da un altro punto di vista. Sarà compito tuo impegnarti a  coglierne le sfumature.

Una bandiera… è solo una bandiera

Mi trovo sugli spalti di Rapallo a guardare la semifinale scudetto di Pallanuoto femminile Plebiscito Padova vs Bogliasco Bene, con i tifosi padovani a fare un gran tifo per la loro squadra sventolando bandiere enormi. Si vede che mettono tanto impegno e passione nel sostenere le proprie giocatrici, consapevoli che anche il loro ruolo può essere di aiuto per spingerle verso la finale.

Li ammiro, almeno sono coerenti dall’inizio fino alla fine. Escluso il calcio, mi capita spesso di vedere in tantissimi campi di diverse discipline, il pubblico spento che si agita solo ai goals, o emerge quando deve inveire contro qualche decisione arbitrale… sarà che questo ruolo suo malgrado riesce ad animare le persone. Trovo la cosa alquanto surreale ma almeno sento che il pubblico è vivo.

La partita procede quando ad un certo punto la mia attenzione viene catturata da due tifosi dell’Orizzonte Catania che saltano festosi da un gradino all’altro, incuranti di quello che succede in acqua. Ben presto quel gioco li stanca e vogliono cambiarlo. Cosa possono fare? vengono attratti dalle bandiere padovane. Così Luca e Andrea (ndr nomi di fantasia) si piazzano davanti ai tifosi del Padova senza dire niente. Si vedeva che avevano la voglia matta di giocare.

Uno dei tifosi accortosi di questa richiesta inespressa,  prontamente si mette a loro disposizione procurandogli altre due bandiere, spiegandogli il movimento giusto per sventolarle  e incitandoli a farlo il più forte possibile.

A Luca e Andrea non sembra vero. Si tuffano anima e corpo in questo gioco impegnandosi nel nuovo ruolo di supporter del Padova, creando felicità a loro volta nel tifoso a cui non sembra altrettanto vero di aver trovato due nuovi amici  da coinvolgere nella sua causa.  Il tutto sotto gli occhi divertiti dei genitori, consapevoli che i loro figli stavano facendo qualcosa di grande.

Stavano imparando a condividere la passione per lo sport con altre persone senza identificarsi con un colore piuttosto che con un altro.

” Va beh è scontato“, potresti pensare. Io non ne sarei così certa. Ho visto scene in tutti questi anni, dove i bambini sono le vittime delle follie assurde dei grandi. Alle volte mi chiedo chi è veramente l’adulto e chi quello che si comporta da bambino…

Finisce la partita, le bandiere vengono riposte, gli amici improvvisati si salutano. Ironia della sorte il giorno dopo proprio Catania perderà la finale contro il Padova che vincerà meritatamente lo scudetto ma cosa importa? ci si da battaglia in acqua ma alla fine lo sport è solo un … gioco. Solo… uno splendido gioco da condividere insieme.

La freccia di Rebecca

Rebecca (ndr nome di fantasia) ha dieci anni, da cinque pratica la disciplina del Tiro con l’arco. Ha due occhi che emanano una passione per la sua disciplina travolgente. Lo capisco anche dal linguaggio del corpo, da come con orgoglio, e sicurezza si impegna a tirare le sue frecce.  Ogni tanto le trema  il braccio che sostiene l’arco facendole salire troppo l’ansia. Automaticamente questa energia viene trasmessa alla sua freccia che viaggia incerta finendo la sua corsa  sul rosso.

Le dico di fare un gran respiro quando sente il braccio tremare. Rebecca annuisce, lo fa subito. Torno da lei dopo un po’ e adesso le sue frecce sono sempre sul giallo.

Appena finisce la serie, lascio perdere il risultato.  Ha dieci anni cosa importa se ha fatto sempre centro?È chiaro che ne sono felice anche io, ma la soddisfazione la tengo ben nascosta in un angolo remoto del mio cuore.

In questo momento la cosa più importante è  che lei registri nella sua memoria, la sensazione del suo tiro perfetto, che lo accompagnerà per il resto della sua carriera sportiva. È il processo che porta al risultato e non il contrario. Più ti fissi sul punteggio, più il bersaglio si allontana, impedendo al tuo gesto tecnico di esprimersi. Questo  è il grande il problema degli adulti. Commettono il grave errore di concentrarsi sulla cosa sbagliata.

Nel frattempo che parlo con lei, il suo istruttore ha l’infelice idea in mia presenza di proferire con innocenza la frase «È una campionessa». Dai miei occhi credo che sia partito un fulmine terra-aria per incenerire quelle parole.

A lui affettuosamente penserò dopo

  1. «Rebecca come sono questi tiri?» Lei soddisfatta mi risponde che sono belli.
  2. «Cosa provi quando tiri la freccia?»
  3. «Mi sento felice»
  4. «E dove la senti questa felicità?» E con un sorriso che illumina tutto il suo bel viso mi risponde:
  5. «Nel cuore»
  6. «Bene Rebecca. Ricordi quando ti tremava il braccio e i tiri non ti piacevano?»Mi fa un cenno con la testa di aver capito.
  7. «Adesso conosci la differenza tra un tiro che non ti piace e il TUO. Quando tirerai la freccia con la felicità nel cuore, e non ti preoccuperai di nient’altro, lei andrà sempre sul giallo».

Rebecca mi sorride, prende il suo arco, diventando un tutt’uno con lui e torna a fare la cosa che più ama:vivere quel momento infinitamente lungo che condivide con la sua freccia dall’istante in cui la sceglie  in mezzo alle  altre. Adesso tocca a lei.  La posiziona con cura nel suo arco, porta indietro il braccio per preparala al viaggio. Chiude un occhio per prendere la mira… e quando sente che è il momento giusto,   tac!! la sua mano con un gesto dolce ma deciso, la lascia libera finalmente di esprimere la sua gratitudine per tanta passione ripagandola ancora con un altro… giallo.

 La condivisione del processo con l’allenatore

Parlando dopo con l’allenatore, pur non avendo dubbi sulle sue buone intenzioni, gli ho spiegato che usare questi termini  innesca dei pericolosi meccanismi inconsci come l’ansia da risultato, l’aspettativa, la convinzione di essere un talento e quindi di potersi anche non impegnare. In pratica si creano tutta quella serie di paranoie mentali che poi costa tanta fatica eliminarli quando si diventa atleta-adulto.

Crescendo con queste convinzioni, il rischio potrebbe essere quello di perdere l’umiltà di ascoltare i futuri consigli tecnici cadendo nel grave errore di essere già arrivata, spegnendo la sua curiosità di imparare.

“Esiste un circolo vizioso nello sport più ti diverti più ti alleni.  

Più ti alleni più migliori. Più migliori più ti diverti”.

Me ne sono accorta anche io che Rebecca potrebbe avere delle grosse potenzialità, ma non ho perso di vista la persona perché prima di essere un’atleta… è una bambina. Alla sua età vive lo sport come un gioco, un divertimento per questo la sua freccia va sempre nel giallo.

Ed è questa parte che gli atleti perdono da grandi: il divertimento.

Divertirsi non significa non voler vincere. È esattamente il contrario. Se ti diverti ti stai mettendo nelle condizioni mentali migliori di poter raggiungere la vittoria. Ma poiché hai perso quell’anima da bambino, sei totalmente in balia della tua mente che comincerà a richiamare a raccolta tutti quei pensieri deleteri come ansia da risultato, paura di sbagliare, aspettative troppe elevate, che ti portano all’esatto opposto di quello che vuoi. Sai Mente e Corpo…sono collegate e  l’input parte dalla testa!!

E se avessero ragione i bambini?

Sai cosa pensano i bambini quando guardano gli adulti? Pensano di avere a che fare con degli incompetenti della vita. Con persone che hanno dimenticato cosa vuol dire vivere nella semplicità delle cose. Alla fine si stancano di dimostrarlo e di non essere ascoltati. Si trasformano dimenticandosi  anche loro di quella parte pura e bella con cui sono nati.

Ti lascio alle tue riflessioni con questa poesia tratta dal libro  I bambini imparano quello che vivono di Dorothy Law Nolte. E se tutto torna…se oggi sei un adulto…vuol dire che una volta anche tu eri in grado di fare queste magie

Se i bambini vengono criticati,
imparano a condannare.
Se vivono nell’ostilità,
imparano ad aggredire.
Se vivono nella derisione,
imparano la timidezza.
Se vivono nella vergogna,
imparano a sentirsi colpevoli.
Se vivono nella tolleranza,
imparano a essere pazienti.
Se vivono nell’incoraggiamento,
imparano ad avere fiducia.
Se vivono nella lealtà,
imparano la giustizia.
Se vivono nella disponibilità,
imparano ad avere fede.
Se vivono nell’approvazione,
imparano ad accettare.
Se vivono nell’accettazione,
imparano a trovare amore nel mondo.

Sport e Mental Coach certificata presso S.F.E.R.A.© Coaching del Prof. Giuseppe Vercelli (responsabile Coni dalle Olimpiadi Torino 2006 a Londra 2012,  e della Juventus School) e l’International Sports Academy™. Socio AICP (Associazione Italiana Coach Professionisti), esperta in coaching sportivo sia individuale che di squadra, specializzata nella pratica dell’Ipnosi Sportiva, in combinazione con PSYCH-K® tecnica che trasforma le credenze limitanti in potenzianti, e nell’applicazione del modello S.F.E.R.A.©. Integra la formazione con la Nutrizione e l’ Integrazione nel ciclismo e nello sport in generale, formandosi presso l’Accademia Nazionale Di Mountain Bike e con la comunicazione efficace, linguaggio del corpo attraverso una formazione tecnica teatrale.
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