Cosa vogliono gli investitori?

Anche quest’anno, Larry Fink il CEO di BlackRock, il più grande investitore del mondo (più di 5000 miliardi di dollari in gestione), ha scritto ai CEO delle principali aziende nelle quali investe chiedendo sempre la stessa cosa: crescita di lungo termine.

Ormai è una preoccupazione diffusa tra gli investitori di lungo termine: quella di ritrovarsi, tra qualche anno, proprietari di limoni spremuti. Spremuti da debiti, investimenti non fatti, dividendi troppo generosi erogati, e altro. Le preoccupazioni sono globali e investono anche l’Italia perchè anche qui BlackRock ha preso partecipazioni importanti nelle migliori aziende del nostro paese. Dunque nessuno si senta escluso dalla ramanzina.

Ma cosa dice Fink?

Purtroppo inizia dimostrando, anche lui, una “miopia strategica”. A fronte di cambiamenti epocali avvenuti lo scorso anno (Brexit, Medio Oriente, Trump, ecc.) si aspetta che questi cambiamenti siano considerati nei nuovi piani strategici. Da un personaggio del suo livello era da aspettarsi un richiamo a progetti “alti e forti” che, almeno in Italia, continuano a mancare. L’invito a reagire non è in grado di combattere quel “short-termism” che affligge l’economia globale, per farlo bisogna cambiare il mondo non adeguarcisi. La solita Apple non pare sia stata toccata da cambiamenti epocali citati dal capo di BlackRock e come lei alcune (troppo poche) altre.

Fink poi denuncia “l’impegno retorico” sulla sostenibilità a lungo termine contrastata, nei fatti, dal “furioso” ritmo di riacquisto di azioni proprie e di concessione di dividendi, non giustificati da un livello di profitti che sono ben inferiori alla somma di questi riacquisti e dividendi. Una denuncia che suona quasi scandalosa e un richiamo agli investimenti che, solo loro, possono garantire il futuro delle imprese.

BlackRock, insieme ad altre grandi aziende di investimento mondiale, è da tempo preoccupata della tendenza al “tirare a campare” delle aziende trimestre dopo trimestre. Ma se anche minaccia, come fatto nella lettera, di “esercitare il diritto di voto contro direttori in carica… in caso di risposte insufficienti… a proteggere gli interessi economici dei nostri clienti (famiglie e singoli risparmiatori)”, dimostra, anche lui a quel livello, di non avere strumenti efficaci, nè di controllo nè di stimolo.

Volendo essere ottimisti, se Fink si esprime, e non da ora, in questa direzione almeno lui, e quelli come lui, si pongono il problema dello sviluppo delle imprese.

C’è da chiedersi quando si accorgeranno che la strada per realizzarla passa dall’adozione di strumenti che ci sono nell’ambito della disciplina che continua ad essere ignorata da tutti: la Corporate Strategy

Luciano Martinoli
luciano.martinoli@gmail.com
l.martinoli@cse-crescendo.com

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