Quale è il futuro del sistema bancario mondiale?

                                                                                      Colonne d’Ercole

foto luciano colenne d'ercole

Oltre lo stretto di Gibilterra alla ricerca di “fondamentali” dell’economia e della finanza migliori (o uguali?).

 

Sullo stato delle banche italiane c’è poco da aggiungere. L’enormità delle sofferenze accumulate, e che si continueranno ad accumulare, è nota a tutti. Esse sono frutto di una incapacità del sistema nostrano di adeguare i suoi “criteri di credito”(quindi di fare il loro mestiere) ad un mondo che stava evolvendosi velocemente (e non come vogliono raccontare, della “recessione” che è invece un effetto, non causa, di questa crisi). Purtroppo su questo fronte la principale preoccupazione è quella di liberarsene per… poter riprendere ad accumularne visto che l’argomento di come evitare di creare NPL non è oggetto di dibattito (e tantomeno area di progettazione strategica dichiarata in qualche Business Plan bancario).

Come vanno le cose oltralpe?

Sul sole24ore del 25 marzo  viene riportata la notizia di un aumento dei costi delle 5 principali banche inglesi del 40%, a 15 miliardi di sterline, per “le molteplici cause e contenziosi legali che le vedono coinvolte“.

Inoltre

Solo tra il 2011-2015 ammontano a 55 miliardi di sterline i costi spesati per le malefatte delle prime 5 banche inglesi. Ironia della sorte è una cifra più alta delle perdite cumulate dall’intero sistema bancario italiano negli ultimi anni. Per le banche italiane le perdite sono legate alle sofferenze sul credito, per le inglesi a politiche commerciali illecite.”

Il mezzo gaudio per il mal comune non può soddisfarci. A fronte di questi disastri, incapacità di fare banca in modo profittevole (per se e per gli altri) o fare profitti con pratiche truffaldine, la domanda iniziale del titolo di questo post irrompe spontanea.

Si potrebbe sperare che la tecnologia, come in altri settori, possa aiutare a ridefinire strategicamente l’intera finanza bancaria.

Purtroppo non è così. Da una recente ricerca di PWC, condotta sul top management di 46 paesi, sul FinTech, il settore di innovazioni ICT focalizzato sulla finanza,  risulta che:

“l’83% degli operatori finanziari tradizionali ha dichiarato di temere che la propria attività possa essere a rischio per la crescita del settore FinTech. Se a parlare sono poi gli istituti bancari, la percentuale sale al 95%

E’ una ulteriore dimostrazione, come ho ricordato in un post precedente, che la tecnologia non è una strategia, con buona pace delle roboanti affermazioni in tal senso dei nostri banchieri. Inoltre la tecnologia senza una strategia affossa un settore, non lo rivitalizza (come tali dichiarazioni chiaramente dimostrano).

Dunque il dubbio iniziale diventa sempre più inquietante ma almeno abbiamo individuato  una strada da percorre: le banche hanno bisogno di una “rivoluzione strategica di stampo imprenditoriale” che ridefinisca il settore dalle fondamenta.
In particolare, dovranno immaginare un nuovo sistema di servizi che non solo dia un contributo nuovo e sostanziale alla loro redditività. Ma diventi anche capace di stimolare analoghe “rivoluzioni imprenditoriali” nelle imprese. Per fare questo dovranno dotarsi di nuove risorse cognitive di cui oggi non dispongono. Soprattutto di conscenze e metodologie di strategia d’impresa.

Sapranno i banchieri di tutto il mondo, oggi impegnati in fusioni, scalate di potere e piani di ridimensionamento, affrontare questa sfida?

Lo sapremo quando il tema sarà al centro del dibattito.

Purtroppo ad oggi dobbiamo constatare, dai media e dalle dichiarazioni degli interessati (i loro Business Plan), che non è nemmeno in agenda.

Luciano Martinoli
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