Le Storie di Marco: disposofobia

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L’avevano lasciato solo.

Tutti.

Tutti lo avevano abbandonato, quelli che lui aveva amato: la maggior parte di loro perché erano morti.

L’ultimo in ordine di tempo, il suo cane e allora lui, Gianni, dopo un po’ di tempo aveva lavato accuratamente il suo lettino, l’aveva messo ad asciugare sul balcone e poi l’aveva rimesso accanto alla sua sedia, ai piedi del tavolo della cucina, dove era sempre stato il suo posto.

Poi aveva lavato e lucidato le ciotole del suo Moky e le aveva anch’esse rimesse al loro posto di sempre, fra il tinello e il cucinino di cottura.

Le cose erano lì perché non era possibile che tutto finisse per sempre: prima o poi Gianni si sarebbe svegliato da quel brutto sogno, Moky sarebbe stato ancora lì a dargli l’ultimo amore della sua vita, sarebbe tornato indietro e con lui tutti gli altri.

Il perché era difficile da capirsi ai più, ma poi, quali più? In casa sua non veniva oramai quasi più nessuno, se si escludeva, molto saltuariamente, la signora che faceva le pulizie più grosse: lavare pavimenti e vetri, cambiare il letto lottare inutilmente contro l’accumulo di polvere.

Del resto non era né facile, né agevole fare pulizie lì dentro, in una casa che puzzava solo di ricordi e fantasmi.

Prima del suo Moky se n’erano andati i due amori assoluti della sua vita, quelli che non ti tradiscono, che non ti lasciano: sua madre e suo padre.

Eppure anche loro lo avevano tradito, lo avevano lasciato da solo, forse perché erano troppo stanchi di vivere e lottare? Ma lui cosa c’entrava? Perché doveva sempre pagare, soffrire lui per tutto e per tutti?

Ah, ma sarebbero tornati anche loro prima o poi, perché c’erano le loro cose ad aspettarli: gli armadi erano pieni dei vestiti di sua madre, sì, perché lei ci teneva ad essere sempre bella ed elegante, con borsetta e scarpe in pendant con l’abito e i suoi abiti lui li aveva conservati, appesi nell’armadio, i più preziosi preservati in sacchi di plastica anti – tarme.

E poi c’erano i suoi romanzi gialli, che acquistava settimanalmente, anzi glieli acquistava il marito, nonché padre di Gianni.

E poi ancora c’erano i gioielli, le scarpe, i bijoux: tutto, tutte le sue cose, così come erano quel giorno… quel giorno troppo lungo e doloroso da ricordare.

Ovviamente tutti quei vestiti, cappotti, pellicce, avevano sfrattato le cose di Gianni dal guardaroba e li avevano confinati su sedie, poltrone, sulla cyclette, in fondo ai tanti letti inutili in una casa grande che stava diventando troppo piccola per così tanti oggetti.

Negli armadi, poi, c’erano anche le camicie di suo padre, i suoi maglioni, i pigiami, anche se lui non aveva così tanti abiti come la moglie, ma quando fosse tornato tutto doveva essere lì per lui.

Se Gianni si fosse liberato di quelle cose, non ci sarebbe stata più speranza, nessuno sarebbe ritornato, perché non ne avrebbe avuto un motivo.

Moky come avrebbe fatto senza lettino e ciotole?

E suo padre senza le sue giacche, i cappotti, l’impermeabile, i cappelli e le sciarpe, lui che oltretutto pativa il freddo?

Ma di suo padre c’erano anche le carte, migliaia, milioni, le sue carte di lavoro, le poesie che scriveva di nascosto, i biglietti del pullman per il cimitero di quando andava a trovare l’amata moglie o la sorella scomparse, biglietti che lui aveva conservato.

Pile di carte sulla scrivania, per terra nel suo studio, libri del suo lavoro, libri che aveva scritto nella speranza di dare un po’ più di agiatezza alla famiglia.

Già la famiglia: le loro foto appese alle pareti, nelle cornici su ogni tavolo, scrittoio, comodino, ricordi di momenti felici, di momenti passati, di momenti loro e solo loro, di Gianni stesso che non li voleva dimenticare, che era stato eletto a custode dei ricordi dai quali non si sarebbe mai separato fino all’ultimo.

E poi tutti i ninnoli e i soprammobili e i centrini sotto i vasetti di peltro, sotto le statuette di teck che erano la passione di sua madre

Un tempo, ogni tanto, invitava qualche amico a casa, magari per una pizza, una cena, un aperitivo, un caffè; un tempo…

E quelli commentavano: “Che bella casa, che hai”.

Poi il commento era diventato:  “Che casa grande che hai”.

E poi non c’era più stato un poi: non era più una casa da mostrare ad estranei, a gente che non avrebbe capito, che avrebbe visto solo il disordine, l’accumulo di oggetti per loro inutili e non avrebbe capito cose c’era sotto, cosa quegli oggetti celavano, cosa era legato ad ognuno di essi.

Gianni non voleva passare per malato, per maniaco, neppure essere compatito, tanto meno aiutato, magari con proposte di collaborazione per mettere ordine, per gettare, per cancellare ciò che era stata tutta la sua vita, i ricordi, i momenti lieti.

Qualche volta era partito a lancia in resta, deciso per liberarsi di alcune cose, per fare un po’ di spazio e poter gestire meglio la pulizia della casa, ma dopo ore di lavoro si era ritrovato con un nulla di fatto, con borse piene e lo stesso caos, la stessa mancanza di spazio vitale ed allora tanto valeva lasciare tutto com’era senza il dolore di separarsi dai suoi ricordi.

Probabilmente non mancava molto al momento in cui anche lui se ne sarebbe andato: se non si decidevano i suoi fantasmi a ritornare, avrebbe lui vinto la propria pigrizia, la propria stanchezza e li avrebbe raggiunti, solo, nudo, senza oggetti, foto, ricordi che a quel punto non sarebbero più serviti.

Che poi “gli altri” facessero ciò che volevano, che ritenevano giusto, che buttassero tutto: vestiti, foto, poster, ricordi, vite vissute.

Gianni non voleva neppure pensare a quello, gli dava troppo dolore quell’idea ed era tanto stanco di dolori: era una vita che soffriva, aggrappato all’ultima ancora di quegli oggetti che gli servivano per non dimenticare.

A volte si legge sui giornali di gente come lui: qualcuno ne ride, qualcuno scuote la testa, nessuno si sforza di capire.

Quelli intelligenti, quelli che studiano le cose degli altri hanno dato anche un nome a quell’accumulo compulsivo: disposofobia, ma si può dare un nome all’amore e al dolore, a ciò che una persona prova nell’animo?

Qualcuno prima o poi avrebbe gettato tutto e forse non avrebbe avuto torto, perché è meglio dimenticare di avere provato gioie e dolori, di avere provato momenti importanti della vita: di certo si soffre di meno.

Marco Ernst

Marco Ernst, nato a Bergamo, ma da sempre residente a Milano. Laureato in Scienze Naturali insegna matematica nelle scuole medie inferiori. Dal 2002  ha pubblicato 20 volumi di racconti in proprio, di cui 4 di esperienze, aneddoti e proposte scolastiche.

Con editore ha pubblicato:
Morte al conservatorio – Greco & Greco edit.
Morte e trasgressione  –  Greco & Greco edit.Spirito noir collection II (due racconti in una silloge con De Giovanni ed altri) – Salani


Ha ottenuto cinque primi posti in concorsi letterari e otto volte si è classificato fra il secondo e terzo posto, una volta sesto, oltre a numerose segnalazioni e ingressi in finale. Selezionato per la fase finale a 12 di Tramate con noi, di radiorai. Contattato da Rai 3 per il programma Masterpiece (ma cercavano solo chi non ha mai pubblicato con isbn). Invitato due volte alla manifestazione “15 poeti alla ribalta” del c.d.z. 3 di Milano, da cui son stati tratti due volumetti presenti anche nella biblioteca del consiglio dei ministri. Ha un blog di racconti e poesie (marcoernst.wordpress.com) che ha avuto, a marzo 2014, oltre 63.000 contatti da 106 nazioni diverse e decine di commenti oltre a quelli pervenuti su face book dove ho un profilo con più di 790 contatti e amministra due gruppi letterari: iraccontidimarco e giallistitaliani. Ha pubblicato anche una ventina di fiabe sul sito tiraccontounafiaba.it dove ha superato gli 81.000 contatti personali. Due volte ammesso al premio Zucca per racconti gialli o noir.