La “dannosa” ostinazione della finanza nel non voler guardare oltre (il suo naso)

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Da giovedì 9 giugno la BCE può acquistare anche Corporate Bond, cioè obbligazioni aziendali. Essi devono essere emessi in euro, da aziende con investment grade (sopra la tripla B emessa da un’agenzia di rating, cioè la BCE fa quello che giudicano gli altri… ma questo discorso merita di essere affrontato in altro momento) e con sede in zona euro. La manovra rientra nell’ampliamento delle attività di quantitative easing pensate per far affluire liquidità al mercato nella speranza che, nonostante tutto quello che si è già fatto in questa direzione, vi sia la “ripresa”.foto articolo luciano

Servirà?
Abbiamo dei dubbi, come già volte detto da queste pagine, ma iniziamo ad essere in buona compagnia.

Liquidità, sì ma per fare cosa? Liquidità e basta è uno spreco di risorse oltre che un danno e la dimostrazione ce la fornisce, in un articolo di oggi, Morya Longo dal titolo eloquente: Il paradosso di una Borsa che drena ricchezza alle imprese.

La tesi, documentata, è semplice: in Borsa a Milano gli investitori hanno preso più soldi in dividendi di quanto le aziende abbiano raccolto con le quotazioni. E’ un fenomeno mondiale che apre sempre più interrogativi sul ruolo della finanza, unico settore merceologico al mondo che non serve più i suoi clienti ma solo se stessa (come questo articolo della London Business School of Economics evidenzia).

Le aziende però ricorrono alla Borsa anche per indebitarsi e, con quei soldi, comprare le proprie azioni allo scopo di innalzare il loro valore; a beneficio degli azionisti e… dei bonus dei top manager.

A questo devastante gioco ora si presta anche la BCE con la sua recente manovra. Infatti alcuni prospetti informativi che accompagnano le emissioni obbligazionarie, alcune di queste emesse da filiali di multinazionali non UE, citano esplicitamente l’obiettivo di share buyback ma, evidentemente, a Francoforte nessuno guarda queste cose. Eppure basterebbe rendere obbligatorio per l’acquisto di obbligazioni il Business Plan pubblico (per sottoporlo anche al giudizio del mercato) e valutarlo (farne un rating) per verificare l’uso dei denari presi in prestito. Cioè puntare lo sguardo “oltre il proprio naso” e guardare al sottostante, alla sua qualità strategica per valutare l’opportunità di sostenere finanziariamente, o meno, quel progetto d’impresa (e non semplicemente “l’impresa” perchè qualcun altro, un’agenzia di rating, ha detto che i soldi li restituirà, indipendentemente dall’uso).

L’obiezione che in genere si oppone a questo tipo di osservazione è sempre la stessa: non è mestiere delle banche (o della finanza in generale) occuparsi di queste cose.

Ma perchè, allora, da Draghi in giù tutto il mondo finanziario invoca cambiamenti (politici, fiscali, produttivi, ecc.) arroccandosi invece in un pervicace immobilismo fuori luogo e tempo, come lo stato di salute delle banche dimostra?

Perchè gli investimenti in infrastrutture immateriali quali l’istruzione, dunque la conoscenza, come ricorda il Governatore Visco, riguarda gli altri e non il settore finanziario in generale e quello bancario in particolare?

Quanto ci costerà questa ostinata miopia, questa ottusa volontà di non voler guardare oltre il proprio naso?


Luciano Martinoli
luciano.martinoli@gmail.com
l.martinoli@cse-crescendo.com