Sport & Work n.71 – 8/2016 – anno 3 Etica Tom Tom – Il terrorismo e le colpe

on

Gli  atti di terrorismo che hanno insanguinato Bruxelles  sono un attentato al la nostra vita quotidiana, che per quanto vogliamo che rimanga la stessa in realtà ci accorgiamo non solo che è cambiata, ma che  il cambiamento sta assumendo profili di incomprensibile natura.

Nella riflessione che mi accingo a fare correi mettere in evidenza alcuni caratteri di umanità e disumanità che compongono la nostra visione di democrazia, di sicurezza e di libertà.

Vorrei approfondire i significati che ciascuno di noi si sente di dare agli avvenimenti, sia in termini di colpa, che di risentimento e rischio di far svanire tutto il cammino di appropriazione umana della realtà, iniziato con la cosiddetta “Era dei lumi”.

NORMALITA’ SOCIALE

Volenti o nolenti dobbiamo prendere atto che il nostro sforzo di vivere una normalità sociale fatta di libertà e di relazioni soggettivamente scelte ed umanamente intrattenute sta divenendo una  prerogativa del passato.

Il clima di incertezza e di tensione che avvertiamo ogni qualvolta  stiamo per prendere una metropolitana, stiamo per andare al cinema o a teatro oppure partecipare ad una manifestazione è veramente indescrivibile.

La realtà che ci permetteva di agire liberamente in quanto uomini coscienti di appartenere ad un mondo costruito con razionalità e basato su carte costituzionali e dichiarazioni dei diritti umani, appartiene al passato.

La sicurezza di poter trovare momenti di piena libertà, fuori dall’angoscia del lavoro e dalla paura della solitudine incontrando altre persone con cui condividere momenti di svago e di spensieratezza è minata alla base, dall’incertezza di poter subire, nonostante controlli e misure di sicurezza, un improvviso ed imprevisto attentato.

STRATEGIA DELLA PAURA

In tale contesto dobbiamo amaramente notare che in alcuni luoghi, in alcune strade, non troviamo più neanche i cestini per gettare la carta di una caramella: sono stati tolti per paura che potessero essere contenitori di bombe o esplosivi.  Così quando vediamo una qualsiasi borsa, sacchetto o zaino incustoditi: il primo pensiero è della possibilità che sia una bomba in attesa di esplodere;  che sia il mezzo per compiere un attentato di cui noi stando lì vicino potremmo esserne le ignare vittime.

Ecco che la paura e poi il panico si impossessa i qualcuno di noi fino a fargli rinunciare ad uscire di casa, a prendere la metropolitana, a recarsi in aeroporto, ad andare ad un concerto.

RESTRIZIONI, BARRIERE E ODIO RAZZIALE

La nostra libertà globalizzata fondata, almeno per noi dell’Unione Europea, sulla moneta unica e sul trattato di Schengen, sta sempre più restringendosi per cause dovute ad una errata concezione dei concetti di democrazia, di socialità e di accoglienza che informano le relazioni umane, specialmente quelle relative al mondo dell’immigrazione, dell’asilo politico e della libertà religiosa.

Sappiamo bene che le tre barriere che dividono gli uomini sono da sempre la lingua, la moneta e la religione, ma ora questi elementi sono ancor più accentuati dall’odio, non solo razziale e religioso, ma anche e soprattutto dalla paura di possibili azioni terroristiche che ne derivano.

Ma possiamo continuare così? possiamo continuare a subire questo stillicidio di paure che ci costringono a rinunciare, anche se inconsciamente non lo avvertiamo, alle nostre sicurezze?

Come non chiederci il perché di tale situazione? Come non domandarci di chi è la colpa di questi  avvenimenti fuori da ogni contesto di umanità?

I NOSTRI RAPPORTI E COMPORTAMENTI

Senza voler fare né vittimismi e né false ipocrisie, io ritengo che ciascuno di noi sia chiamato ad interrogarsi, non nel contesto dei grandi sistemi e delle situazioni istituzionali, bensì sul proprio vissuto quotidiano, sulla qualità delle relazioni intessute con i vicini, sulla finalità dei rapporti con gli altri, sulla bontà dei comportamenti attuati in ogni circostanza.

So che è difficile perché per spirito egoistico noi siamo abituati a guardare esclusivamente a ciò che fanno gli altri, alle loro azioni, ai loro comportamenti cercando di giudicarli con un metro direttamente proporzionale alla conoscenza che ne abbiamo ed alla loro vicinanza. Vale a dire che più siamo vicini e conosciamo certe persone, più il nostro giudizio diviene rigido ed inflessibile.

Una volta tanto sarebbe bene che questo giudizio lo ribaltassimo su di noi con la nostra  capacità di attagliarlo inflessibilmente alle diverse situazioni.

IL GIUDIZIO

Un giudizio che abbia quei caratteri di soggettività che ci caratterizzano nell’osservazione dell’altro, dei suoi caratteri peculiari, delle sue manifestazioni non solo comportamentali, ma anche a volta solamente estetiche.  Se per un momento fossimo capaci di usare lo stesso metro anche con noi stessi, ci accorgeremmo senz’altro che c’è qualcosa che non va nel nostro atteggiamento. Ci accorgeremmo che il giudizio verso gli altri è perentorio e non ammette repliche, mentre quello verso noi stessi implica sempre una spiegazione, una giustificazione, un perché molto chiaro che spazza via ogni dubbio.

Ecco come si spiegano le chiusure delle relazioni, l’interruzione dei rapporti, la crescita delle incomprensioni, e lo sviluppo di semi di rancore da cui giorno dopo giorno si genera quello che pur se non pienamente avvertito presenta i caratteri dell’odio.

Ma questo odio che cresce non appaga gli animi, ne determina invece una continua insofferenza non solo verso gli altri, ma anche verso se stessi per non sapere trovare la soluzione giusta per far esplodere la bomba che si cova nel proprio animo.

COME EVITARE L’ESCALATION

Ma come si può fare per evitare questa escalation? Come trovare in noi una maniera per gestire i nostri sentimenti e quindi i risentimenti che poi arrivano a generare quelle istigazioni  ai cattivi comportamenti a cui ciascuno di noi si sente sollecitato per spirito di rivalsa o di pretesa giustizia.

Vi è un dato di fatto ineludibile che coinvolge ciascuno di noi ed è che l’uomo in ogni epoca ed in ogni luogo è stato ed costretto sempre a vivere in relazione con gli altri, anzi per maggior precisione potremmo dire in un sistema relativamente stabile di relazioni con il gruppo umano a cui appartiene.  Ed è proprio in questo gruppo che impara a rapportarsi con gli altri, impara le emozioni e la razionalità, l’uso dei concetti rispondenti a democrazia e a morale, nonché a quelli di cui parlavamo di amore e odio.  Con ciò possiamo giungere quindi alla conclusione che molta parte delle caratteristiche inerenti alle nostre azioni ci provengono dall’educazione ricevuta nel gruppo e dall’esperienza fatta nel gruppo.

LE  DIVERSE NATURE DEI GRUPPI

Ma mentre prima potevamo configurare questo gruppo in modo preciso, come la famiglia, la comunità locale, la comunità religiosa, il gruppo etnico, l’ordine professionale, il partito politico ed ogni associazione di qualsiasi tipo, quali costellazioni di relazioni possibili e stabili che materialmente e psicologicamente permettevano lo sviluppo equilibrato della persona umana e del singolo, oggi pare non sia più così.

Oggi vediamo sempre più che il gruppo o la comunità, ancorché suddivisi in quelle caratteristiche   appena descritte, hanno perso il loro carattere di relazione personale e sono diventati sempre più di natura immateriale, concettuale, potenziale, eventuale ed ipotetica, come viene espresso dalla realtà virtuale.

Alla famiglia tradizionale basata su legami di sangue, si oppone quindi una famiglia ipotetica basata su percezioni e legami soggettivamente intesi; così la comunità locale, basata su tradizioni e legami di gruppi familiari legati da vincoli di “comparaggio”, oggi è sostituita dalle amicizie condominiali, dagli interessi legittimi comunemente difesi, all’interno di mere strategie economiche; la comunità religiosa assume oggi caratteri sempre più sofisticati che non si riferiscono soltanto al trascendente, ma più semplicemente, alle realtà degli animalisti, dei vegetariani, dei vegani, degli ambientalisti, degli scambisti, che fanno delle loro convinzioni un credo assoluto, ecc.; così il gruppo etnico, mentre una volta era individuato nelle differenze evidenti di lingua di storia e di religione oltre che di costume e tradizioni, oggi questi gruppi etnici sono rappresentati senz’altro da immigrati, ma anche da quelli di seconda e terza generazione, che nati sul territorio, vivono la vita di quel territorio e magari non hanno mai visitato i luoghi di origine dei propri genitori o dei propri nonni o bisnonni; ma non solo, il gruppo etnico oggi si può anche suddividere in diversi modi, quali gruppi di genere, oppure gruppi virtuali, meglio conosciuti sotto il nome di “social network”; altrettanto dicasi per gli ordini professionali, che tranne per alcuni strenuamente difesi da improbabili lobby, si ritrovano sempre meno caratterizzati dalla professione che cambia, dalle prassi che evolvono e che determinano una confusione fortemente lesiva dei diritti dei singoli. Esattamente ciò che è avvenuto per il mondo del lavoro e delle professioni, basti pensare al cosiddetto “Smart working”. In tale disamina, poi dobbiamo riscontrare che il partito politico rappresenta la cartina tornasole del cambiamento: non rappresenta più nessuno, anzi ad analizzarne alcuni aspetti peculiari,  si può dire che rappresenti in maniera pragmatica un tutti contro tutti, legato esclusivamente ad interessi faziosi economici e di parte, e, non più all’obiettivo di bene comune di mazziniana memoria.

LA COSCIENZA DEL RISPETTO DELLE REGOLE

Sono saltate tutte le regole che governano la comunità e che si ritrovano nel senso di appartenenza politica ad uno stato. Non ci sono più regole che mirino ad una organizzazione globale della convivenza, fra singoli gruppi dagli interessi contrastanti; non esiste più l’intento di creare una organizzazione della convivenza che sia la migliore possibile nelle attuali condizioni storiche.  Il problema è politico e inevitabilmente un problema etico che nasce e si sviluppa nel modo in cui il singolo deve rapportarsi agli altri singoli e all’intera comunità globale in cui è inserito.

Ma non cambiano soltanto i gruppi, cambiano anche i singoli  e la loro coscienza del rispetto delle regole, attraverso le diverse identità che essi possono assumere nella Rete, attraverso gli avatar, le identità virtuali, i furti di identità, le identità veicolate non più da una esistenza reale, ma da un esistenza virtuale, come quelle dei cartoni animati.

LA CONVIVENZA CONFLITTUALE

Il modello attualmente riscontrabile è quello della convivenza conflittuale che si configura in una organizzazione statale esclusivamente rivolta a garantire in termini lockiani, il diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà, per cui l’aiuto a chi è in difficoltà non è assolutamente obbligatorio ed è lasciato alla liberalità del singolo e quindi volontaria e non vincolata da obblighi di solidarietà.

In un tale modello non esiste altro fine che il tornaconto personale, sia che si tratti di beni, sia che si tratti di terra sia che si tratti di persone. Non esistono diritti umani, nonostante le leggi, non esistono legami organizzativi se non finalizzati ad un do ut des. Anche le tasse infatti vengono considerate come un corrispettivo dei servizi forniti dall’organizzazione pubblica dello Stato.

Ecco perché le tasse sono avversate dalla maggior parte dei cittadini in quanto, anche se necessarie, sono considerate comunque una violazione del diritto di proprietà in quanto dettate da una imposizione che non lascia al singolo quella libertà di scegliersi e pagarsi direttamente i servizi che reputa necessari, a prescindere che il suo contributo possa essere di sostegno ad altri che non sono in grado di pagarseli.

Approfondendo, capiamo che anche per  il rispetto delle leggi vige lo stesso principio, nel senso che l’obbedienza alle stesse non è richiesta dalla necessità di conseguire il bene comune, ma solo dalla necessità di salvaguardare quel minimo di pace sociale che consenta di tutelare i propri diritti soggettivi ed i propri interessi legittimi nel migliore dei modi.

OBBEDIRE ALLA LEGGE SE CONVIENE

Ecco perché non esiste un vero dovere morale di obbedire alla legge, ma una semplice convenienza individuale la cui inesistenza giustifica la disobbedienza alla stessa.

Tutto ciò è comprensibilissimo se ci si rivolge alla logica dell’evasione fiscale ed alla violazione sistematica del codice della strada, o del codice del consumo, dove l’interesse personale che si salvaguarda è sostenuto anche dal bassissimo rischio che si corre di essere puniti. Le pagine dei giornali ce lo raccontano tutti i giorni!

Tale atteggiamento deriva dalla convinzione di ciascuno che il bene comune consiste prioritariamente nella tutela dei propri interessi e in generale del proprio bene privato.  Anche se rattrista constatarlo, questa è purtroppo la mentalità che supporta il modello culturale, importato dagli Usa ed ora fatto proprio dai nostri Paesi europei ed in particolar modo da una gran parte degli italiani. Ecco perché si parla di convivenza conflittuale in quanto lo Stato è chiamato a svolgere la funzione di mitigare gli interessi dei singoli, spesso in conflitto tra di loro, e pertanto con l’applicazione della legge, cercare di mitigare l’asprezza dei conflitti che sorgono fra interessi discordanti,  per salvaguardare gli interessi dei più deboli, in quanto come ben sappiamo in regime di convivenza conflittuale vige sempre il dominio del più forte.

IMMIGRATI: NON-PERSONE

Questa struttura mentale che rifiuta quindi di riconoscere l’esistenza dell’altro in quanto tale e benché suo concittadino, diviene ancora più categoricamente esclusiva quando si tratta di persone o meglio di individui “non-persone” come gli immigrati. Gente che non ha diritti di cittadinanza e quindi esclusa per definizione dalla vita del nostro Paese.  Allora pur se appare evidente il servizio che essi compiono sul nostro territorio, il contributo che danno al nostro PIL, in realtà vengono sempre additati come coloro che rubano il lavoro, coloro che fanno concorrenza sleale, coloro che devono essere rimpatriati ecc., quando non sono considerati potenziali terroristi.  Contro la piaga dell’immigrazione allora, invece di pianificare soluzioni costruttive, come potrebbero esserlo un servizio civile, una suddivisione di gruppi sui diversi territori, un impiego massiccio di forza lavoro  necessaria in tutti quei settori che ormai i cittadini italiani ed europei si rifiutano di coprire, si fa una distinzione tra immigrato economico, richiedente asilo oppure rifugiato, senza rendersi conto che coloro che arrivano da noi, in questa Europa patria dei diritti umani, sono tutti nelle stesse condizioni: la sopravvivenza.

Quanti di loro vengono abbandonati nei CIE, invece di essere identificati ed accolti. Quanti di loro potrebbero essere avviati al lavoro sulla base delle professionalità che esprimono e che non vengono considerate. Quanti di loro potrebbero inserirsi nei territori provinciali scarsamente popolati? Tanto per argomentare una riflessione alla portata di tutti, se facessimo un semplice calcolo indicando in 150.000 il flusso di immigrati annuo, e prendendo in considerazione gli 8.092 Comuni rilevati nel censimento del 2011, con una semplice divisione si dimostra un aumento di popolazione pari a 18,54 persone per ciascun municipio. Non credo che tale accoglienza sia insostenibile.

SACCHE DI ODIO E DERIVE TERRORISTICHE

Il clima di conflittualità fortemente accentuato e molte volte esasperato, non tiene conto delle necessità degli esseri umani, ma solo del colore della loro pelle oppure della diversità della loro lingua o peggio ancora della volontà di mantenere le loro tradizioni, ecco che si generano sacche di odio e derive di terrorismo. Si grida, e a ragione, contro gli assassini di gente inerme, ma non si tiene conto di due cose: la prima è che guerre ed atti terroristici hanno sempre necessità di impiegare delle armi o degli esplosivi che vengono sistematicamente forniti dai Paesi produttori di armi, tra i quali c’è anche l’Italia; la seconda è che gli atti terroristici perpetrati in Europa sono stati attuati da europei, anche se appellati “immigrati di seconda o terza generazione”!

Allora interroghiamoci, sul perché i terroristi che hanno colpito in Europa non provenivano  dal medio oriente, ma erano nativi?  invece di fare “ammuina” interroghiamoci su come deve essere risolto il problema, che se da un lato possiamo cinicamente rilevare, crea orrore e morte, dall’altra crea “occasioni di lavoro o scoop giornalistici” che permettono a giornalisti, inviati, esperti di terrorismo, consulenti strategici, avventori di talk show televisivi, di ottenere i loro revenues oppure a politicanti in cerca di consensi elettorali ottenere audience e affermazione!

GIORNALISTI E RESPONSABILITA’

Nessuno pensa che certe cose è meglio non dirle, che è meglio non accentuarle, che è meglio non strillarle onde evitare da un lato il panico e dall’altro la possibile emulazione di altri gruppi eversivi? Le notizie vanno date, ma esiste anche una precisa responsabilità sul metodo di comunicazione adottato. E’ meglio non strillare le notizie, o ricamare sulle incapacità dell’intelligence, o indicare luoghi che potrebbero essere assaltati o che potrebbero essere oggetto di attentati ancora più disastrosi come i siti contenenti materiale radioattivo.

Allora impariamo a controllare i nostri impulsi, a non influenzare in maniera negativa con la nostra comunicazione chi ci guarda, ci legge  o ci ascolta;  impariamo a capire che probabilmente certe realtà considerate solo notizie da “sbattere in prima pagina” possono essere anche “pilotate” da servizi deviati al sostegno di lobby dagli obiettivi più svariati. Se capiamo tutto ciò capiremo inoltre che non possiamo continuare a piangere e a dare la colpa solo a questi terroristi! Dobbiamo interrogarci su chi dirige, nascostamente, le strutture di destabilizzazione, indicando gli obiettivi e fornendo armi e logistica per gli attentati. Anche i mass media dovrebbero interrogarsi sulle diverse “stupidaggini” che ignavi giornalisti e opinion leader strombazzano ai quattro venti senza rendersi conto di fare il gioco dei terroristi.

Mi domando infatti come sia possibile che nessuno di loro, nello strillare notizie e fatti, come se fossero un trofeo di vittoria si sia chiesto o aveva capito che le parole di Salah Abdeslam: “finalmente non vedevo l’ora di essere arrestato, sono felice di non essermi fatto saltare in aria” non era che una parola d’ordine: un detonatore verbale che invece di essere oscurato è stato non solo male interpretato, ma anche visto quasi “in senso buono”!!!!!

Se continuiamo ad avere questo tipo di dirigenza imbecille non potremmo che prospettarci un futuro di terrore sempre più…..assurdo ed inimmaginabile.

E…noi continuiamo a piangere…nell’attesa che prima o poi …….

Romeo Ciminello

Romeo Ciminello, nato a Roma il 5/4/52, Laurea in Scienze politiche (1978); Specializzazione in Commercio Estero e Marketing internazionale (1981); specializzazione in cambi (1981); specializzazione in Discipline Bancarie (1985); attestato di Mediatore civile (2011); docente di Etica e Sviluppo nella Facoltà di Economia e Sviluppo  dell’Università Cattolica del Congo Kinshasa (www.ucc.cd );  docente di Finanza d’Impresa presso l’Università di Trieste –Gorizia Campus, ( dal 1991 al 2005); docente di economia dello sviluppo presso la Facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (1994-2012); ha insegnato anche presso l’Università di Cassino e di Salerno; Quadro direttivo presso Banco di Roma – Unicredit (1976-2012); è Presidente del Comitato di promozione etica onlus (www.certificazionetica.org ) è Direttore scientifico presso la Società 4metx srl (www.4metx.it ) ; è Membro del Collegio dei probiviri della Konsumer  Italia (www.konsumer.it ) è Autore di diverse pubblicazioni tra cui Etica Finanza e mercati (Tipar Ed.1999); Il significato cristiano del lavoro (Tipar Ed.2006); Il significato cristiano della Responsabilità Sociale dell’Impresa (Tipar ed. 2008); autore del blog etico  Agenda-etica (www.agenda-etica.blogspot.com ); promotore di diversi convegni su tematiche di etica-socio-politico-economica e autore di diversi articoli su stampa specializzata.