Sport & Work n.50 – Expo 2015 – Molti adepti e poca coscienza..e Dio che attende una risposta

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Dal primo maggio oltre alle diverse ricorrenze riguardanti il lavoro, siamo costretti a riflettere su una serie di contraddizioni che ciascuno di noi si porta dentro senza avere il coraggio di uscire allo scoperto.

Potranno sembrare da un lato “luogo comune” dall’altro “presa di coscienza”. Ciò che forse a pochi verrà in mente è il perché di questa affermazione, vale a dire a che pro. Secondo me, capire le finalità di una affermazione appartiene non tanto agli intelligenti, quanto meno ai dotti o agli eruditi, capire le finalità di un’affermazione è caratteristica che appartiene solo all’uomo consapevole della propria dignità. Infatti ogni pensiero, ogni decisione ed ogni azione compiuti, si indirizzano verso molteplici finalità per cui discernere l’obiettivo primario e tutti gli altri che ne derivano è cosa piuttosto difficile.

Per poter decifrare la configurazione concreta che sottende un pensiero, in merito alla propria finalità, si devono possedere le chiavi giuste, si deve impiegare una capacità ermeneutica che soltanto una metodologia logico-sequenziale permette di esprimere. Perché? Tale metodologia risulta rispondente alla comprensione perché guida l’intelletto nella cosiddetta analisi critica: qualcosa che non fa quasi più nessuno al giorno d’oggi. Analisi critica significa colpire profondamente il proprio intimo fino a ridurlo inerme di fronte ad una realtà che ci interroga con i suoi cambiamenti repentini. Significa distruggere quella corazza di “indifferenza” che sembra l’ultimo baluardo della nostra sopravvivenza. Significa lavorare il cemento della nostra insensibilità per permettergli di accettare nuove importanti impronte.

Significa riscoprire la propria dignità, vale a dire la conoscenza più adiacente a quei caratteri che determinano la nostra dimensione umana e che soltanto ciascuno in sé può comprendere, definire e conoscere.

Con questo discorso non vorrei spaventare nessuno, vorrei soltanto proporre una riflessione diversa, una riflessione che possa riportare ciascuno a confrontarsi con la propria relazione umana, con la propria relazione sociale e con le proprie categorie di pensiero. Lo scopo è quello di creare un dibattito rivolto ad un intento che oggi trova molti adepti a parole e poche “coscienze” nei fatti. Questo intento che esprimo oggi e che comincia con questa riflessione condivisa vorrei che potesse continuare attraverso una seria e coinvolgente partecipazione di idee, pensieri, terminologie, concetti, assiomi, convinzioni rivolte ad un recupero di quella finalità prettamente ed esclusivamente umana che si chiama etica!

Sì l’etica, così come viene interpretata ed esercitata da ciascuno di noi e l’etica invece com’è e come deve essere nei suoi risvolti più veri e profondi. Certo prendere spunto dall’Expo per parlare di etica è come sparare sulla Croce Rossa, ma io credo che per poter svegliare le coscienze e renderle partecipi delle proprie responsabilità occorra compiere un’azione efferata “sparando sull’inermità” della nostra interiorità. Scardinando la nostra ignavia. Forse in questa maniera riuscirò a suscitare l’indignazione vera ad opera della nostra dignità nascosta o malcelata che non aspetta altro che la goccia che faccia traboccare il vaso, per esplodere!

Infatti questa iniziativa che fin dal suo inizio non ha visto altro che peripezie di corruzione, violenze e malaffare nel suo percorso di attuazione, che in alcuni padiglioni, non è ancora concluso, dal primo maggio scorso ci obbliga a scuotere le nostre coscienze non solo per tutto il periodo della sua durata ma quasi certamente, anche nel prosieguo delle sue attività di cui non riusciamo ad immaginare sviluppi e contorni.

Occorre perciò conciliare due correnti di pensiero difficili da integrare, la prima rivolta alla facciata squisitamente commerciale e di marketing dell’iniziativa e l’altra invece più esistenziale di dimostrare che l’Esposizione universale in atto non è solo padiglioni ed eventi, ma soprattutto necessità di riflessione su un’umanità che ha bisogno di ritrovarsi in una integrazione esistenziale di rapporti umani e sociali che denaro, ricchezza, concorrenza e “capitalismo di sottrazione” hanno da tempo imposto di dismettere. Questa occasione dovrebbe risvegliare quell’orgoglio personale che trasferendosi nel contesto sociale ci possa far considerare l’Expo come una importantissima occasione per ribadire con concretezza un messaggio di pace, un messaggio per dire che sta avvenendo una svolta nel cammino della nostra post-modernità in cui la Terra diviene un elemento di primaria importanza la cui sopravvivenza garantirà la sopravvivenza del genere umano.

Non a caso il tema dell’evento ce lo comunica espressamente: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Come tutti o quasi tutti sanno, parafrasando quanto riportato sul sito ufficiale, l’Expo Milano 2015 è l’Esposizione Universale che l’Italia ospiterà dal primo maggio al 31 ottobre 2015 e sarà il più grande evento mai realizzato sull’alimentazione e la nutrizione.

Ecco perché, proprio in virtù di questa novità per sei mesi Milano diventerà una vetrina mondiale sotto gli occhi del mondo intero in cui i Paesi, saranno nel contempo protagonisti e spettatori, mostrando il meglio delle proprie tecnologie per dare una risposta nuova e concreta ad un’esigenza che si dimostra sempre più vitale man mano che la globalizzazione riveli, mi si lasci dire, i suoi perniciosi effetti.

La finalità ultima che riporto direttamente dal sito è: “riuscire a garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli, nel rispetto del Pianeta e dei suoi equilibri.”

Sempre sul medesimo sito si danno informazioni circa l’area espositiva pari a 1,1 milioni di metri quadri, alla presenza di più di 140 Paesi e Organizzazioni internazionali che saranno coinvolti con propri stands e manifestazioni per accogliere oltre 20 milioni di visitatori attesi da tutto il mondo.

Questo evento viene presentato come “l’evento internazionale più importante che si terrà nel nostro Paese.” Oltre a queste informazioni riporto quanto si evidenzia in maniera quasi appassionante: “Expo Milano 2015 sarà la piattaforma di un confronto di idee e soluzioni condivise sul tema dell’alimentazione, stimolerà la creatività dei Paesi e promuoverà le innovazioni per un futuro sostenibile.

Ma non solo. Expo Milano 2015 offrirà a tutti la possibilità di conoscere e assaggiare i migliori piatti del mondo e scoprire le eccellenze della tradizione agroalimentare e gastronomica di ogni Paese. Per la durata della manifestazione, la città di Milano e il Sito Espositivo saranno animati da eventi artistici e musicali, convegni, spettacoli, laboratori creativi e mostre.”, per sottolineare che l’intento o la finalità poi alla fine si rivela per quella che è e vuole essere: una manifestazione di solo stampo commerciale ed economico.

Ritengo necessario portare all’attenzione di tutti la parzialità della comunicazione che, come di solito accade sempre in questi eventi, non affronta il vero nocciolo del problema, prendendo spunti dai rintocchi mediatici più forti e tralasciando quelle che sono le criticità più profonde e le vulnerabilità più subdole del sistema. In questo caso sia per la cosiddetta Carta di Milano sia per quanto concerne le citate Best practices, manca quell’elemento fondamentale che dovrebbe caratterizzare questa manifestazione che poi non è tanto una semplice manifestazione, ma una dimostrazione effettiva di come il mondo sta girando e come girerà nel futuro o meglio cosa finirà nelle bocche della gente e nelle tasche di coloro che beneficeranno di un sistema agroalimentare sempre più industrializzato e globalizzato come le multinazionali dell’alimentazione e della trasformazione alimentare. In poche parole ciò che mi sembra di poter osservare è che l’assunzione di responsabilità, di cui si parla, non tocca il versante più delicato rappresentato dalla componente etica della prassi.

Alcuni, tra i responsabili della manifestazione ed altri sociologi, adagiati su posizioni di mera facciata, ci dicono che attraverso l’Export l’Italia si affermerà come il Paese delle quattro potenze quali la “bellezza” che i territori e i paesaggi del nostro splendido Paese esprimono e infondono in termini di meravigliose emozioni a coloro che verranno in Italia; poi mettono al secondo posto il “saper fare” della nostra creatività e del nostro ingegno applicato alla trasformazione dei prodotti, alla qualità notoria del cosiddetto “made in Italy”; a seguire indicano una terza potenza rappresentata dal “limite” vale a dire secondo loro , la capacità di superare in maniera incredibile anche l’insuperabile, di vedere anche l’invisibile di superare ostacoli e vincoli che nella storia ha caratterizzato l’impronta delle scoperte e delle invenzioni sempre in qualche modo attuate, suscitate o quantomeno indirizzate nella maggior parte dei casi se non nella loro totalità da un italiano. La quarta potenza infine è il “futuro”, quell’energia che perpetua la vita e la biodiversità salvaguardate, riconfigurate e riproposte in una strategia di esaltazione dell’esistenza.

Purtroppo anche qui siamo in presenza di affermazioni vere, belle, importanti ed affascinanti che all’impatto con la realtà divengono però, solo amare “chiacchiere”. Infatti se approfondiamo il discorso notiamo che lo spirito della manifestazione è esclusivamente economicistico perché se consideriamo l’ambiente, il percorso, i partecipanti, gli appalti e le attività che ancora devono essere ultimate, ci accorgiamo che alla base c’è una forte lacuna etica, sia in termini di onestà, sia in termini di visione di bene comune.

Manca infatti a mio avviso quell’elemento di impegno che non sia la semplice responsabilità sociale d’impresa che ormai, riempie la bocca di tutti, ma in realtà poi appare essere cosa vuota nel “cervello del management” delle imprese che contano, come purtroppo si nota in analogia con le “certificazioni di qualità” divenute mero strumento di facciata.

La responsabilità, specialmente in campo alimentare, non deve passare solo per il concetto di “sfamare bocche” dei poveri del terzo mondo o di fermare le deforestazioni operate per l’espansione della produzione di olio di palma. La sicurezza alimentare non deve riguardare soltanto la possibilità di poter dare a tutti la possibilità di mangiare; la sicurezza alimentare non è determinata dagli aiuti.

Dobbiamo scrollarci di dosso queste vecchie categorie di pensiero e cominciare a dire che la sicurezza alimentare passa innanzitutto attraverso la trasmissione di conoscenze, l’attuazione di infrastrutture, la lotta alla falsificazione dei processi alimentari, la lotta alla sofisticazione dei processi di trasformazione, la lotta all’uso di prodotti chimici nel sistema agro-alimentare.

Bisogna avere il coraggio di guardarsi in faccia e rendersi conto che “la cinesizzazione dei processi” non porta soltanto alla distruzione delle filiere produttive, ma anche alle intossicazioni alimentari, alle trasformazioni biologiche, alle bombe “ogm” di cui non si conosce la potenza distruttiva.

Purtroppo nell’EXPO non c’è “vincolo etico” di partecipazione, ogni stato mette in campo le sue forze, buone o sofisticate che siano, nessuno le esamina. Ognuno può far mostra dei propri prodotti e dei propri sistemi produttivi, anche se poi essi nascondono risultati che avvelenano l’esistenza umana, distruggono la fertilità del territorio, schiavizzano gli usi in termini alimentari.

Perché nell’EXPO, invece di parlare di best practice come whisfulthinking, non si è pensato di aprire invece un padiglione per mostrare tutte le storture e le aberrazioni e i danni derivati nel tempo dalla sofisticazione ambientale e alimentare. Perché non si è pensato per ciascun Paese a richiedere di quantificare i danni prodotti, sia in termini di alterazioni di flora e fauna, sia in termini di sicurezza alimentare con la sottoscrizione di un impegno a non ripetere più lo stesso errore indicando anche la sanzione stabilita per i trasgressori.

Gli episodi che vorrei ricordare per sostenere questa mia posizione, innanzitutto come essere umano, poi come cittadino ed infine come consumatore, affinché attraverso una presa di posizione etica siano salvaguardati i miei diritti, sono: la mucca pazza, le pesti aviarie, suine ed ovine, l’uso di anabolizzanti, antibiotici, estrogeni per animali, l’uso dei conservanti negli alimenti vegetali animali ed ittici, le contaminazioni chimiche, gli additivi alimentari e gli imballi, l’uso di concimi chimici e di diserbanti venefici ecc. Inoltre non deve essere sottovalutato il fatto che l’incremento dei casi di intossicazione alimentare è anche dovuto all’estendersi della fascia di soggetti a rischio (anziani, bambini, ìmmunodepressi) sempre più invogliati dalle pubblicità compulsive;è anche causato da fattori che concernono le diverse fasi di produzione, di difficile trqacciabilità, (per esempio i metodi intensivi di allevamento del pollame); trova anche origine dalla lavorazione degli alimenti in cui il problema è costituito dalla bassa specializzazione del personale addetto alla confezione degli alimenti e del suo rapido turn¬over, che non consente di ottenere una corretta formazione igienico-sanitaria, nonché altre prassi che non ci è dato di conoscere e riportare.

Tutti questi episodi attendono ancora di conoscere chi li ha originati e come ci si è organizzati per evitare che si ripetano.

Il bisogno di etica quindi è evidente e gli argomenti addotti ci fanno capire che in questo settore mancano o meglio vengono ignorati quegli elementi che permetterebbero di riequilibrare le sorti di uno sviluppo veramente sostenibile, durevole, equo e tendente al bene comune. Sto parlando delle componenti della certificazione etica proposte nel progetto di legge n. 2933 http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp?codice=16PDL0034850 presentato nella scorsa legislatura il cui iter prevede 4 step importanti: 1) la competenza professionale; 2) la conoscenza dei limiti etici della professione o attività; 3) la trasparenza e 4) la censura sociale.

Perché tale proposta, pur essendo sottoscritta da 10 parlamentari, non è stata non solo non discussa, ma neanche messa all’ordine del giorno dalla X Commissione attività produttive della Camera dei Deputati?

Forse perché parlava di etica vera e….quando è così mi vengono in mente le parole di papa Francesco:

“All’etica si guarda di solito con un certo disprezzo beffardo. La si considera controproducente, troppo umana, perché relativizza il denaro e il potere. La si avverte come una minaccia, poiché condanna la manipolazione e la degradazione della persona. In definitiva, l’etica rimanda a un Dio che attende una risposta impegnativa, che si pone al di fuori delle categorie del mercato. Per queste, se assolutizzate, Dio è incontrollabile, non manipolabile, persino pericoloso, in quanto chiama l’essere umano alla sua piena realizzazione e all’indipendenza da qualunque tipo di schiavitù.

L’etica – un’etica non ideologizzata – consente di creare un equilibrio e un ordine sociale più umano. “

Romeo Ciminello

 

ROMEO CIMINELLO
Nato a Roma il 5/4/52, Laurea in Scienze politiche (1978); Specializzazione in Commercio Estero e Marketing internazionale (1981); specializzazione in cambi (1981); specializzazione in Discipline Bancarie (1985); attestato di Mediatore civile (2011); docente di Etica e Sviluppo nella Facoltà di Economia e Sviluppo dell’Università Cattolica del Congo Kinshasa (www.ucc.cd ); docente di Finanza d’Impresa presso l’Università di Trieste –Gorizia Campus, ( dal 1991 al 2005); docente di economia dello sviluppo presso la Facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (1994-2012); ha insegnato anche presso l’Università di Cassino e di Salerno; Quadro direttivo presso Banco di Roma – Unicredit (1976-2012); è Presidente del Comitato di promozione etica onlus (www.certificazionetica.org ) è Direttore scientifico presso la Società 4metx srl (www.4metx.it ) ; è Membro del Collegio dei probiviri della Konsumer Italia (www.konsumer.it ) è Autore di diverse pubblicazioni tra cui:

Etica Finanza e mercati (Tipar Ed.1999)
Il significato cristiano del lavoro (Tipar Ed.2006)
Il significato cristiano della Responsabilità Sociale dell’Impresa (Tipar ed. 2008)
Autore del blog etico Agenda-etica (www.agenda-etica.blogspot.com )
Promotore di diversi convegni su tematiche di etica-socio-politico-economica e autore di diversi articoli su stampa specializzata.