Sport & Work n.42 – Speciale Parigi Editoriale

on

“Preferisco morire in piedi, che vivere in ginocchio”

Parole che echeggiano ancora oggi con prepotenza sulla rete delle reti. Parole pronunciate da Charb, psuedonimo di Stéphan Charbonnier, direttore del settimanale satirico Charlie Hebdo trucidato il 7 gennaio scorso insieme alle colonne portanti del giornale francese.

Un ferita profonda. Qualcuno l’ha anche definita l’11 settembre europeo. Un attacco a quella nazione la cui storia rappresenta una spartiacque storico per l’intero vecchio continente, fin dalla fine del Settecento, quando la democrazia prese il sopravvento sull’assolutismo.
Una delle parole che accompagnarono i moti rivoluzionari fu “libertà”. foto matite
Un concetto sul quale i teorici della filosofia politica hanno scritto molto, con differenti interpretazioni, angolature, sfaccettature. Un termine che la politica, non solo italiana, ha voluto utilizzare nella consapevolezza che sia l’aspirazione di ogni individuo. Ed è in nome di questa libertà che Charlie Hebdo ha sempre voluto raccontare il suo punto di vista, a volte in maniera molto dissacrante, in contrapposizione quindi con principi e valori considerati intoccabili. foto 1
Però, la storia ci insegna che la libertà di espressione e di opinione sono gli elementi fondamentali di una democrazia. Così come la libertà di acquistare, o non comprare, un giornale e di leggerlo.

D’altra parte, Charlie Hebdo (la prima parte del nome è riferita a Charlie Brown, protagonista dei Peanuts, fumetti di cui il settimanale pubblicava le strisce; la seconda è l’abbreviazione di hebdomadaire, cioè settimanale) non ha avuto vita facile. Dopo essere stato fondato nel 1970, anche se esisteva già con forme e titoli diversi fin dal 1960, è stato chiuso nel 1981 e riaperto nel 1992. Il fumettista Charb ne ha assunto la direzione nel 2011, lo stesso anno in cui la sede del settimanale venne fatta esplodere nel corso di un attentato. E anche all’indomani di questo episodio, la redazione del giornale non rinunciò al suo stile, ridicolizzando coloro che avevano cercato di impedirne la libertà di espressione.

C’è un altro elemento che al nostro “Sport & Work” interessa: il lavoro.

Concetto strettamente connesso a quello di libertà. Chi ha un’occupazione è sicuramente più libero. E l’attentato di mercoledì 7 gennaio è stato un attacco anche a dei lavoratori, impegnati a far riflettere, sorridere, discutere e criticare. Che sono elementi fondanti di una democrazia, capace di autocritica, di analisi e di rigenerazione continua. Elementi che non possono certo essere accettati da qualunque forma di estremismo. Soprattutto laddove questo è accompagnato dall’idea che solo la violenza possa risolvere i problemi. Una violenza che non riguarda solo la popolazione europea, ma è addirittura fratricida, cieca di fronte all’innocenza di bambini ai quali viene negato il diritto alla vita, utilizzandoli come kamikaze. foto 2

Dopo l’enorme manifestazione organizzata l’11 gennaio a Parigi e la partecipazione di oltre due milioni di persone, oggi ci restano due cose fondamentali: la memoria e l’impegno civile. Solo ricordando, la civiltà del mondo intero potrà imparare e guardare avanti.

La Giornata della memoria del prossimo 27 gennaio insegna anche questo. Nello stesso tempo, però, occorre l’impegno civile. Un impegno basato e alimentato dal lavoro.

Siamo tutti Charlie. E su questo, ne siamo convinti, proseguirà anche in futuro la lotta per la libertà, contro ogni forma di fondamentalismo che mira ad annientare la libertà di espressione, di pensiero, di critica. Oggi sono in molti coloro che vogliono dare il proprio contributo anche dopo i primi momenti di terrore e quelli di dolore.

Noi siamo però solo dalla parte di coloro che credono fermamente nella pace e nel dialogo. Perché in ciascuno di noi c’è un po’ di Charlie Brown, di quello scolaro di terza elementare di otto anni e mezzo, un po’ perdente, ma capace di infinita determinazione e testardaggine.

Claudio Stropeni

2 Comments

  1. Anna Marani Cortese ha detto:

    Credo anch’io nella pace e nel dialogo, credo soprattutto nella necessità che ognuno sia libero di poter esprimere le proprie idee senza imporle, tantomeno ricorrendo alle armi. Troppo facile dire la propria, quando si imbraccia un fucile. Quello che è successo nella sede di Charlie Hebdo è un atto di vigliaccheria, un atto ignobile e triste, di pochezza spirituale. Anche ‘scontato’, volendo: “non sono abbastanza persuasivo per convincerti delle mie idee, che abbiano basi solide o meno. Allora ti uccido, così non sono costretto a confrontarmi, ad accettare eventuali critiche e opposizioni. Non ti spiego, ti sparo. In questo modo, ‘gli altri’ avranno paura e mi daranno ragione” Pensa questo, un attentatore, un assassino? Gli altri avranno pure paura, preciserei, ma non ti rispetteranno, né intimamente si convinceranno di un bel niente. Ti diranno che hai ragione solo per non essere ammazzati, ma non ti renderanno onore. E non importa, perché, in fondo, quello che interessa a chi spara – o a chi indottrina chi spara – è la solita cosa, quella che fa andare storte le cose nel mondo: il potere, fosse anche solo quello di togliere la vita… quando forse il Dio per cui si sostiene di combattere si è dato da fare per crearla. Il potere e il denaro, affari per pochi burattinai che raramente si espongono e sono molto abili a sacrificare la vita nel nome di una causa, di una guerra santa… a patto che sia la vita di qualcun altro.
    Nient’altro da aggiungere, se non che anch’io sono Charlie.

    1. GS ha detto:

      grazie Anna, sempre puntuale e precisa. Purtroppo in questo caso abbiamo perso un numero considerevole di artisti, più o meno discutibili ma sempre artisti e non possiamo ricrearli uguali. E’ il prezzo da pagare per essere liberi ed avere libertà, qualsiasi…avanti così Charlie

Comments are closed.