Sport & Work n.24 – Venuste Niyongabo,oro olimpico, intervistato da Anna Marani Cortese

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Un oro per una nazione, identikit di una medaglia olimpica

Nel corso della sua carriera, si è guadagnato diverse medaglie. La più prestigiosa è l’oro olimpico nei 5000 metri ad Atlanta, nel 1996. Lo davano come favorito nei 1500, dunque per molti fu una sorpresa. Non per lui, però.

D’altronde, Venuste Niyongabo è nato in Burundi e, gareggiando, ha girato il mondo: Africa, Asia, Oceano Pacifico, America del Nord, America Latina…

Oggi, a quasi vent’anni dalla medaglia d’oro, indossa prestigiosi panni manageriali, ma da bambino zappava la terra prima che si facesse l’ora di andare a scuola. E ha imbrogliato suo padre per poter scrivere il suo nome nella storia dell’atletica.

“All’inizio, correre faceva parte dell’attività sportiva scolastica”, racconta, nel corso di una serata dall’atmosfera rilassante, pizza e birra sorseggiata con moderazione. “Ottenere dei buoni risultati nello sport mi garantiva il privilegio di appartenere a un gruppo selezionato. Nel mio piccolo, ero un personaggio. Il fatto di rappresentare la scuola e che i miei genitori fossero fieri di me, mi rendeva orgoglioso.foto venuste atleta con bandiera

Nel nostro Paese, la televisione non è ancora tanto diffusa da trovarsi nelle case di tutti i cittadini… ma, quand’ero ragazzo, chiunque poteva già seguire le gare o conoscerne i risultati attraverso la radio, compresi i miei genitori, i nonni…

Era una soddisfazione, ma non solo: quando si ottengono le prime vittorie importanti all’età di sedici, diciassette anni, ci si addossa anche un carico di responsabilità, come quando si conquista un territorio che poi bisogna anche proteggere, o si fa una promessa che ci si sente in dovere di mantenere. Ecco come nasce la competizione, come si costruisce una professione dal divertimento.

All’inizio, infatti, vincere mi piaceva ma non mi interessava quanto viaggiare, e anche in questo senso lo sport mi portava lontano: prima di Atlanta, ci sono stati la Costa d’Avorio, la Corea…”

Venuste è stato il primo campione olimpico del Burundi. Mi chiedo, però, se quel ragazzo, che allora aveva solo ventidue anni, fosse pienamente consapevole del risultato che aveva portato a casa, di che cos’avrebbe significato per la sua carriera.

Soprattutto, mi domando che cos’abbia provato, chi avesse accanto in quel momento così importante, chi avrebbe voluto abbracciare, a chi abbia telefonato subito dopo, per condividere l’emozione della vittoria.

“Quella del ’96 era la mia prima esperienza olimpica. Allora non mi rendevo conto della differenza tra vincere un mondiale e vincere le olimpiadi: la sola cosa che desideravo era vincere, intendo vincere ogni gara che facevo.

In realtà, nonostante qualcuno sostenga che la mia medaglia d’oro sia giunta inaspettata, sono pochi gli atleti che vincono a sorpresa. Esiste sempre una rosa di possibili vincitori, e un atleta impara a studiare gli avversari prima di un appuntamento importante. Se ci si fissa l’obiettivo di battere una certa persona, si studiano i suoi punti di forza, le sue debolezze.

Ogni mattina, al risveglio, oppure nelle fasi di stanchezza, ci si crea una sorta di replay del modo in cui quella persona si comporta durante una gara o mentre taglia un traguardo.

È come quando, anche al di fuori dell’ambito sportivo, si conosce una persona che ispira ammirazione o simpatia: che cosa fa, dove si allena, che persone frequenta? Un avversario rappresenta una fonte d’ispirazione, specialmente se ottiene i risultati che vorresti ottenere tu. La conseguenza è un miglioramento che può portare la scalata delle classifiche di una particolare disciplina. Solo allora è possibile puntare a una medaglia.

Quando vinsi l’oro, però, della mia famiglia non c’era nessuno sugli spalti. Devo dire che, forse, è stato meglio così, perché ho potuto concentrarmi unicamente sulla gara: eravamo io e lei, nessun altro.

Normalmente, i miei non mi seguivano fisicamente durante le competizioni sportive;  la posta che c’era in gioco quella volta, poi, era davvero alta… e io non potevo essere certo di vincere. Sarebbe stato terribile rimediare una sconfitta sapendoli tra il pubblico.

C’era, però, un mio ex allenatore, che mi aveva reclutato in Burundi, ai tempi della scuola. Nel ’96 era direttore generale al Ministero della gioventù cultura e sport in Burundi, e il fatto che mi abbia visto correre da ragazzino e che mi abbia visto salire su quel podio è stata una grande soddisfazione.

Ho poi saputo che la mia famiglia aveva saputo del mio risultato grazie alla radio, anche se avrebbe dovuto aspettare un anno per vedere il dvd con il filmato.

Quello, infatti, per il Burundi era un momento molto difficile, e di riflesso è stato difficile anche per me: il Paese era in piena guerra civile”.

La rivalità tra le etnie Tutsi e Hutu era stata indotta nel periodo coloniale, privilegiando un’etnia rispetto all’altra. Sfociò nell’omicidio del presidente democraticamente eletto nel ’93; l’imposizione di un nuovo presidente fece scoppiare la guerra civile. Ne derivò l’embargo economico, che costituì per diversi anni un impedimento alla libera circolazione di cose e persone.

Lontano da un conflitto etnico intestino che rischiava di tradursi in un genocidio simile a quello avvenuto negli stessi anni e fra le stesse etnie in Rwanda, ma comprensibilmente in ansia per la sua famiglia, Venuste portava al collo, come un guinzaglio stretto, il nastro della sua medaglia. Rimase a lungo lontano dal suo Paese.

“I giornalisti mi chiesero se avessi vinto per un’etnia. Risposi che avevo vinto per tutta la nazione, perché non ho mai provato né proverò mai odio nei confronti di una qualsiasi etnia diversa dalla mia.

Sfortunatamente, se nei paesi più civilizzati è possibile esprimere certe forme di dissenso senza che sfocino necessariamente nell’aggressività fisica, in un paese meno civilizzato, dove c’è meno informazione, è più facile che le persone finiscano per essere strumentalizzate da chi le governa e indotte a imbracciare le armi”.

fotoVenuste GIUSTA
Venuste Niyongabo

“Ho vinto le olimpiadi, l’evento sportivo più mediatico del mondo, che viene precluso a molti giovani atleti proprio a causa dei conflitti armati.

Lo sport è uno strumento che ha tutte le regole fondamentali della vita sociale, di valori educativi fondamentali come la tolleranza; favorisce gli incontri fra i popoli. Per molti ragazzi che si trovano in situazioni particolarmente difficili, rappresenta una finestra da cui intravedere un futuro migliore.

Il Sudafrica è un esempio di quanto lo sport possa fare per la coesione sociale, essendo fatto di regole senza distinzioni: non fa differenze fra colori, religioni, frontiere. Sarebbe, in effetti, la strada più facile, e questo a qualcuno non piace.

Io credo, invece, che la pratica sportiva andrebbe incoraggiata già all’interno delle scuole. I ragazzi, che sono naturalmente inclini al movimento, avrebbero modo di scegliere e di esprimersi attraverso la disciplina più adatta per ciascuno di loro, e così facendo si abbatterebbero le spese sostenute, invece, per combattere l’obesità e tutti gli altri effetti della vita sedentaria.”

A volte sono le famiglie stesse a scoraggiare le attività sportive, permettendo piuttosto ai ragazzi di trascorrere ore davanti alla televisione, al computer o a giocare con i videogame.

Tu hai dei figli adolescenti, nati sotto il segno di Internet, social network, videogiochi e ogni altra diavoleria tecnologica…

“Nessuna di queste cose è negativa. Credo che sia necessario dare delle regole, senza però vietare niente, altrimenti i ragazzi ti sfidano. L’importante è che non passino tutto il tempo libero fermi, davanti a un monitor. In questo senso, incentivare l’attività sportiva nelle scuole dovrebbe essere anche nell’interesse dei genitori, specialmente se lavorano, e nel senso civico della collettività: un figlio impegnato in uno sport non è lasciato alla completa autogestione.

In un Paese dove esistono sia le strutture che le risorse umane ma mancano i soldi, bisognerebbe studiare delle soluzioni di compromesso.

Tutti dovrebbero avere a cuore il benessere dei ragazzi, che sono la più importante risorsa del futuro. È importante responsabilizzarli riguardo la loro salute.”

I figli di Venuste hanno una vita virtuale sui social network parallela a quella reale in cui aggiornano il loro profilo…! Hanno avuto l’occasione di studiare la  musica, danza hip hop e, naturalmente, fanno sport. Con il padre e la madre condividono la voglia di viaggiare e va da sé che sono stati in Africa, dai nonni di Bujumbura. Là si sono fatti degli amici più o meno coetanei e mi chiedo quanto, reciprocamente, abbiano da dirsi e da darsi, provenendo da realtà dissimili ma somigliandosi in quel modo speciale in cui tutti gli adolescenti del mondo si somigliano.

Nella maggior parte dei casi parte dei ragazzi nati nell’occidente  sono molto tutelati, abituati a credere che il futuro sia tutto sommato a portata di mano. Hanno difficoltà a riflettere sul fatto che le cose possono cambiare, che i loro genitori hanno maturato esperienze in tempi diversi da quelli che aspettano loro.

I ragazzi che provengono dalle famiglie africane meno privilegiate non sono altrettanto tutelati, già a due, a quattro anni, si trovano a dover superare degli ostacoli, a fare delle scelte in autonomia, ad affrontare delle malattie molto serie. E sono ancora moltissime le ragazzine che rimangono incinte e che poi si ritrovano abbandonate a se stesse.

Per questo penso che un ragazzo africano che riesce a emergere e a farsi strada appartenga a una sorta di razza selezionata.

Chi ha l’opportunità di viaggiare fin da piccolo sviluppa una sensibilità particolare, frutto del confronto con realtà diverse da quelle della loro quotidianità: sanno che quello che lasciano è diverso da quello che troveranno e che ogni volta dovranno adattarsi al rispetto di regole nuove; che non tutti, nel mondo, hanno le stesse possibilità. In compenso, porteranno le proprie esperienze… e il tutto si riassume in uno scambio molto educativo”.

A proposito di educazione, mi chiedo se i genitori di Venuste credessero nella carriera che aveva intrapreso o se preferissero che facesse qualcos’altro. Che so, l’agricoltore, il dentista… Chissà che tipo di ragazzino sarà stato, quest’uomo che ha fatto dello sport una professione e una missione…?

“Mio padre era contento che suo figlio fosse attivo, che si impegnasse e conseguisse dei buoni risultati sportivi. Però riteneva che lo sport non mi avrebbe dato di che vivere, pensava che mi sarei fatto strada nella vita solo se avessi studiato con profitto.

Devo dire che mi impegnavo molto anche nello studio e in ogni altra cosa che facessi. Per esempio, andavo nei campi a zappare la terra prima di andare a scuola.

Gli studi me li pagavo da solo, vincendo tutte le borse di studio, e fu proprio questo a convincermi di dover decidere da solo che cosa fare della mia vita: senza dubbio, avrei fatto della corsa il mio lavoro.

Così mi arrabattavo per far convivere lo sport e la scuola, con la complicità degli insegnanti che mi fissavano le interrogazioni nei periodi in cui non mi trovavo in trasferta per le gare.

Nel ’93, mi si presentò l’occasione di andare in Europa.

Dissi così a mio padre che si trattava di andare a rappresentare lo Stato e che proprio qualche alta carica dello Stato mi esortava a partire. Non era vero, ma fui convincente.

Una volta in Italia, ho vissuto dei brutti momenti: non conoscevo la lingua, non sapevo come fare a continuare gli studi.

I giovani atleti reclutati in Africa sono lasciati praticamente allo sbaraglio, con pochi soldi in tasca, un alloggio modesto per i primi tempi e quasi nessuna certezza. Tra di noi, c’era più rivalità che solidarietà. E i manager, i soli punti di riferimento, preferivano i ragazzi meno intelligenti, perché potevano manipolarli, gestirne le carriere per il proprio tornaconto economico e poi disfarsi di loro.

Finché non sei nessuno, è molto dura: se le cose mi fossero andate male, non avrei proprio saputo come giustificarmi con la mia famiglia.

Quando i successi sportivi mi hanno consentito di riprendere il controllo della mia vita, è iniziata la discesa. Cambia tutto, quando sei un campione. Puoi, per esempio, aiutare i tuoi fratelli a raggiungerti in Italia e condividere con loro le vittorie successive!” 

Anna Marani Cortese

 

Anna Marani Cortese
Graphic designer e scrittrice, vive in provincia di Bologna. È presente con i suoi racconti su numerose riviste e antologie, autrice/coautrice di romanzi, tra cui il fantasy Malìa d’Eurasia, i noir Le donne di FriederErode e la psicopatia dell’allenamento, L’Eroe, E3. Nel 2012, al libro di favole Storie dei Cinque Elementi è stato conferito il riconoscimento di Libro Verde, per meriti ambientali, nell’ambito del premio internazionale Un Bosco per Kyoto.

Nota d’archivio:
Dopo un argento iridato juniores nel 1992,  Venuste Niyongabo debuttò professionisticamente ai Mondiali del 1993 a Stoccarda, venendo eliminato in semifinale dei 1500 metri.
Nel 1995 ai Mondiali di Göteborg vinse il bronzo nei 1500 m, dietro a Noureddine Morceli ed Hicham El Guerrouj.
Nel 1996 era tra i favoriti dei 1500 metri dell’Olimpiade di Atlanta ma si spostò sui 5000 metri poiché decise di sostituire il connazionale Dieudonnè Kwizera che si recò ai Giochi solo come allenatore. Kwizera non aveva preso parte alle due edizioni precedenti poiché allora il Burundi non aveva ancora un Comitato Olimpico. Niyongabo, a sorpresa, vinse la gara e regalò al Burundi il suo primo oro olimpico.
Successivamente, alcuni infortuni ne diminuirono la resa e a Sydney 2000 non riuscì a difendere il titolo olimpico dei 5000 metri, venendo eliminato in semifinale.
Oggi vive a Bologna, dove allena giovani atleti per conto di una società sportiva bolognese e lavora per la Nike in Italia.

Sport & Work n.24 – Venuste Niyongabo,oro olimpico, intervistato da Anna Marani Cortese

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Un oro per una nazione, identikit di una medaglia olimpica

Nel corso della sua carriera, si è guadagnato diverse medaglie. La più prestigiosa è l’oro olimpico nei 5000 metri ad Atlanta, nel 1996. Lo davano come favorito nei 1500, dunque per molti fu una sorpresa. Non per lui, però.

D’altronde, Venuste Niyongabo è nato in Burundi e, gareggiando, ha girato il mondo: Africa, Asia, Oceano Pacifico, America del Nord, America Latina…

Oggi, a quasi vent’anni dalla medaglia d’oro, indossa prestigiosi panni manageriali, ma da bambino zappava la terra prima che si facesse l’ora di andare a scuola. E ha imbrogliato suo padre per poter scrivere il suo nome nella storia dell’atletica.

“All’inizio, correre faceva parte dell’attività sportiva scolastica”, racconta, nel corso di una serata dall’atmosfera rilassante, pizza e birra sorseggiata con moderazione. “Ottenere dei buoni risultati nello sport mi garantiva il privilegio di appartenere a un gruppo selezionato. Nel mio piccolo, ero un personaggio. Il fatto di rappresentare la scuola e che i miei genitori fossero fieri di me, mi rendeva orgoglioso.foto venuste atleta con bandiera

Nel nostro Paese, la televisione non è ancora tanto diffusa da trovarsi nelle case di tutti i cittadini… ma, quand’ero ragazzo, chiunque poteva già seguire le gare o conoscerne i risultati attraverso la radio, compresi i miei genitori, i nonni…

Era una soddisfazione, ma non solo: quando si ottengono le prime vittorie importanti all’età di sedici, diciassette anni, ci si addossa anche un carico di responsabilità, come quando si conquista un territorio che poi bisogna anche proteggere, o si fa una promessa che ci si sente in dovere di mantenere. Ecco come nasce la competizione, come si costruisce una professione dal divertimento.

All’inizio, infatti, vincere mi piaceva ma non mi interessava quanto viaggiare, e anche in questo senso lo sport mi portava lontano: prima di Atlanta, ci sono stati la Costa d’Avorio, la Corea…”

Venuste è stato il primo campione olimpico del Burundi. Mi chiedo, però, se quel ragazzo, che allora aveva solo ventidue anni, fosse pienamente consapevole del risultato che aveva portato a casa, di che cos’avrebbe significato per la sua carriera.

Soprattutto, mi domando che cos’abbia provato, chi avesse accanto in quel momento così importante, chi avrebbe voluto abbracciare, a chi abbia telefonato subito dopo, per condividere l’emozione della vittoria.

“Quella del ’96 era la mia prima esperienza olimpica. Allora non mi rendevo conto della differenza tra vincere un mondiale e vincere le olimpiadi: la sola cosa che desideravo era vincere, intendo vincere ogni gara che facevo.

In realtà, nonostante qualcuno sostenga che la mia medaglia d’oro sia giunta inaspettata, sono pochi gli atleti che vincono a sorpresa. Esiste sempre una rosa di possibili vincitori, e un atleta impara a studiare gli avversari prima di un appuntamento importante. Se ci si fissa l’obiettivo di battere una certa persona, si studiano i suoi punti di forza, le sue debolezze.

Ogni mattina, al risveglio, oppure nelle fasi di stanchezza, ci si crea una sorta di replay del modo in cui quella persona si comporta durante una gara o mentre taglia un traguardo.

È come quando, anche al di fuori dell’ambito sportivo, si conosce una persona che ispira ammirazione o simpatia: che cosa fa, dove si allena, che persone frequenta? Un avversario rappresenta una fonte d’ispirazione, specialmente se ottiene i risultati che vorresti ottenere tu. La conseguenza è un miglioramento che può portare la scalata delle classifiche di una particolare disciplina. Solo allora è possibile puntare a una medaglia.

Quando vinsi l’oro, però, della mia famiglia non c’era nessuno sugli spalti. Devo dire che, forse, è stato meglio così, perché ho potuto concentrarmi unicamente sulla gara: eravamo io e lei, nessun altro.

Normalmente, i miei non mi seguivano fisicamente durante le competizioni sportive;  la posta che c’era in gioco quella volta, poi, era davvero alta… e io non potevo essere certo di vincere. Sarebbe stato terribile rimediare una sconfitta sapendoli tra il pubblico.

C’era, però, un mio ex allenatore, che mi aveva reclutato in Burundi, ai tempi della scuola. Nel ’96 era direttore generale al Ministero della gioventù cultura e sport in Burundi, e il fatto che mi abbia visto correre da ragazzino e che mi abbia visto salire su quel podio è stata una grande soddisfazione.

Ho poi saputo che la mia famiglia aveva saputo del mio risultato grazie alla radio, anche se avrebbe dovuto aspettare un anno per vedere il dvd con il filmato.

Quello, infatti, per il Burundi era un momento molto difficile, e di riflesso è stato difficile anche per me: il Paese era in piena guerra civile”.

La rivalità tra le etnie Tutsi e Hutu era stata indotta nel periodo coloniale, privilegiando un’etnia rispetto all’altra. Sfociò nell’omicidio del presidente democraticamente eletto nel ’93; l’imposizione di un nuovo presidente fece scoppiare la guerra civile. Ne derivò l’embargo economico, che costituì per diversi anni un impedimento alla libera circolazione di cose e persone.

Lontano da un conflitto etnico intestino che rischiava di tradursi in un genocidio simile a quello avvenuto negli stessi anni e fra le stesse etnie in Rwanda, ma comprensibilmente in ansia per la sua famiglia, Venuste portava al collo, come un guinzaglio stretto, il nastro della sua medaglia. Rimase a lungo lontano dal suo Paese.

“I giornalisti mi chiesero se avessi vinto per un’etnia. Risposi che avevo vinto per tutta la nazione, perché non ho mai provato né proverò mai odio nei confronti di una qualsiasi etnia diversa dalla mia.

Sfortunatamente, se nei paesi più civilizzati è possibile esprimere certe forme di dissenso senza che sfocino necessariamente nell’aggressività fisica, in un paese meno civilizzato, dove c’è meno informazione, è più facile che le persone finiscano per essere strumentalizzate da chi le governa e indotte a imbracciare le armi”.

fotoVenuste GIUSTA
Venuste Niyongabo

“Ho vinto le olimpiadi, l’evento sportivo più mediatico del mondo, che viene precluso a molti giovani atleti proprio a causa dei conflitti armati.

Lo sport è uno strumento che ha tutte le regole fondamentali della vita sociale, di valori educativi fondamentali come la tolleranza; favorisce gli incontri fra i popoli. Per molti ragazzi che si trovano in situazioni particolarmente difficili, rappresenta una finestra da cui intravedere un futuro migliore.

Il Sudafrica è un esempio di quanto lo sport possa fare per la coesione sociale, essendo fatto di regole senza distinzioni: non fa differenze fra colori, religioni, frontiere. Sarebbe, in effetti, la strada più facile, e questo a qualcuno non piace.

Io credo, invece, che la pratica sportiva andrebbe incoraggiata già all’interno delle scuole. I ragazzi, che sono naturalmente inclini al movimento, avrebbero modo di scegliere e di esprimersi attraverso la disciplina più adatta per ciascuno di loro, e così facendo si abbatterebbero le spese sostenute, invece, per combattere l’obesità e tutti gli altri effetti della vita sedentaria.”

A volte sono le famiglie stesse a scoraggiare le attività sportive, permettendo piuttosto ai ragazzi di trascorrere ore davanti alla televisione, al computer o a giocare con i videogame.

Tu hai dei figli adolescenti, nati sotto il segno di Internet, social network, videogiochi e ogni altra diavoleria tecnologica…

“Nessuna di queste cose è negativa. Credo che sia necessario dare delle regole, senza però vietare niente, altrimenti i ragazzi ti sfidano. L’importante è che non passino tutto il tempo libero fermi, davanti a un monitor. In questo senso, incentivare l’attività sportiva nelle scuole dovrebbe essere anche nell’interesse dei genitori, specialmente se lavorano, e nel senso civico della collettività: un figlio impegnato in uno sport non è lasciato alla completa autogestione.

In un Paese dove esistono sia le strutture che le risorse umane ma mancano i soldi, bisognerebbe studiare delle soluzioni di compromesso.

Tutti dovrebbero avere a cuore il benessere dei ragazzi, che sono la più importante risorsa del futuro. È importante responsabilizzarli riguardo la loro salute.”

I figli di Venuste hanno una vita virtuale sui social network parallela a quella reale in cui aggiornano il loro profilo…! Hanno avuto l’occasione di studiare la  musica, danza hip hop e, naturalmente, fanno sport. Con il padre e la madre condividono la voglia di viaggiare e va da sé che sono stati in Africa, dai nonni di Bujumbura. Là si sono fatti degli amici più o meno coetanei e mi chiedo quanto, reciprocamente, abbiano da dirsi e da darsi, provenendo da realtà dissimili ma somigliandosi in quel modo speciale in cui tutti gli adolescenti del mondo si somigliano.

Nella maggior parte dei casi parte dei ragazzi nati nell’occidente  sono molto tutelati, abituati a credere che il futuro sia tutto sommato a portata di mano. Hanno difficoltà a riflettere sul fatto che le cose possono cambiare, che i loro genitori hanno maturato esperienze in tempi diversi da quelli che aspettano loro.

I ragazzi che provengono dalle famiglie africane meno privilegiate non sono altrettanto tutelati, già a due, a quattro anni, si trovano a dover superare degli ostacoli, a fare delle scelte in autonomia, ad affrontare delle malattie molto serie. E sono ancora moltissime le ragazzine che rimangono incinte e che poi si ritrovano abbandonate a se stesse.

Per questo penso che un ragazzo africano che riesce a emergere e a farsi strada appartenga a una sorta di razza selezionata.

Chi ha l’opportunità di viaggiare fin da piccolo sviluppa una sensibilità particolare, frutto del confronto con realtà diverse da quelle della loro quotidianità: sanno che quello che lasciano è diverso da quello che troveranno e che ogni volta dovranno adattarsi al rispetto di regole nuove; che non tutti, nel mondo, hanno le stesse possibilità. In compenso, porteranno le proprie esperienze… e il tutto si riassume in uno scambio molto educativo”.

A proposito di educazione, mi chiedo se i genitori di Venuste credessero nella carriera che aveva intrapreso o se preferissero che facesse qualcos’altro. Che so, l’agricoltore, il dentista… Chissà che tipo di ragazzino sarà stato, quest’uomo che ha fatto dello sport una professione e una missione…?

“Mio padre era contento che suo figlio fosse attivo, che si impegnasse e conseguisse dei buoni risultati sportivi. Però riteneva che lo sport non mi avrebbe dato di che vivere, pensava che mi sarei fatto strada nella vita solo se avessi studiato con profitto.

Devo dire che mi impegnavo molto anche nello studio e in ogni altra cosa che facessi. Per esempio, andavo nei campi a zappare la terra prima di andare a scuola.

Gli studi me li pagavo da solo, vincendo tutte le borse di studio, e fu proprio questo a convincermi di dover decidere da solo che cosa fare della mia vita: senza dubbio, avrei fatto della corsa il mio lavoro.

Così mi arrabattavo per far convivere lo sport e la scuola, con la complicità degli insegnanti che mi fissavano le interrogazioni nei periodi in cui non mi trovavo in trasferta per le gare.

Nel ’93, mi si presentò l’occasione di andare in Europa.

Dissi così a mio padre che si trattava di andare a rappresentare lo Stato e che proprio qualche alta carica dello Stato mi esortava a partire. Non era vero, ma fui convincente.

Una volta in Italia, ho vissuto dei brutti momenti: non conoscevo la lingua, non sapevo come fare a continuare gli studi.

I giovani atleti reclutati in Africa sono lasciati praticamente allo sbaraglio, con pochi soldi in tasca, un alloggio modesto per i primi tempi e quasi nessuna certezza. Tra di noi, c’era più rivalità che solidarietà. E i manager, i soli punti di riferimento, preferivano i ragazzi meno intelligenti, perché potevano manipolarli, gestirne le carriere per il proprio tornaconto economico e poi disfarsi di loro.

Finché non sei nessuno, è molto dura: se le cose mi fossero andate male, non avrei proprio saputo come giustificarmi con la mia famiglia.

Quando i successi sportivi mi hanno consentito di riprendere il controllo della mia vita, è iniziata la discesa. Cambia tutto, quando sei un campione. Puoi, per esempio, aiutare i tuoi fratelli a raggiungerti in Italia e condividere con loro le vittorie successive!” 

Anna Marani Cortese

 

Anna Marani Cortese
Graphic designer e scrittrice, vive in provincia di Bologna. È presente con i suoi racconti su numerose riviste e antologie, autrice/coautrice di romanzi, tra cui il fantasy Malìa d’Eurasia, i noir Le donne di FriederErode e la psicopatia dell’allenamento, L’Eroe, E3. Nel 2012, al libro di favole Storie dei Cinque Elementi è stato conferito il riconoscimento di Libro Verde, per meriti ambientali, nell’ambito del premio internazionale Un Bosco per Kyoto.

Nota d’archivio:
Dopo un argento iridato juniores nel 1992,  Venuste Niyongabo debuttò professionisticamente ai Mondiali del 1993 a Stoccarda, venendo eliminato in semifinale dei 1500 metri.
Nel 1995 ai Mondiali di Göteborg vinse il bronzo nei 1500 m, dietro a Noureddine Morceli ed Hicham El Guerrouj.
Nel 1996 era tra i favoriti dei 1500 metri dell’Olimpiade di Atlanta ma si spostò sui 5000 metri poiché decise di sostituire il connazionale Dieudonnè Kwizera che si recò ai Giochi solo come allenatore. Kwizera non aveva preso parte alle due edizioni precedenti poiché allora il Burundi non aveva ancora un Comitato Olimpico. Niyongabo, a sorpresa, vinse la gara e regalò al Burundi il suo primo oro olimpico.
Successivamente, alcuni infortuni ne diminuirono la resa e a Sydney 2000 non riuscì a difendere il titolo olimpico dei 5000 metri, venendo eliminato in semifinale.
Oggi vive a Bologna, dove allena giovani atleti per conto di una società sportiva bolognese e lavora per la Nike in Italia.

4 Comments

  1. Anna Marani Cortese ha detto:

    Brumotti di Striscia la Notizia e Venuste Niyongabo, ambasciatori dello sport per la pace (da Striscia la Notizia del 29 marzo):
    http://www.striscialanotizia.mediaset.it/video/videoextra.shtml?19581

    1. GS ha detto:

      grande! lo avevo intuito che il tuo articolo era una “bomba”. mettilo sul tuo diario di facebook insieme all’articolo, lo condividiamo subito

  2. Luciana Brusa ha detto:

    Che entusiasmo nel leggere questa bellissima intervista! Anna Marani Cortese mi ha aperto un mondo che non conoscevo affatto, mi ha fatto vivere con i suoi occhi, che riflettono lo sguardo deciso, determinato e NUOVO di un grande sportivo, le emozioni che Venuste Niyongabo ha provato nel cambiare radicalmente la sua vita.
    Conosco da anni Anna brava, giovane e geniale scrittrice, ne sono una fan “sfegatata” come può succedere ad una Prof in pensione come me quando vede sbocciare e crescere prodigiosamente una ragazza creativa come LEI! Grazie Anna di questo regalo! Luciana Brusa

    1. GS ha detto:

      è un nuovo “acquisto” preziosissimo!!!!

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